Zoom Biennale #5. “Il latte dei sogni” visto da un artista

di - 22 Aprile 2022

Ciò che é bello delle Biennali é che non si vedono mai per intero.
Si percorrono, ultimamente s’instagrammano, ma si dimenticano e riaffiorano, anche se più spesso fingiamo servano come interpretazioni per il sogno dell’arte. Riaffioreranno nelle memorie e nei «for you» dei nostri telefonini. Questa della bravissima Cecilia Alemani evoluta in remote e vista in presenza é come una catastrofica blind date. Come un gigantesco profilo Tinder dell’arte contemporanea dove tutti hanno costruito un elegantissimo profilo ma temono il contatto dello sguardo allenato dei professionisti.
Nessuno é innocente e nessuno uscirà vivo da questa costruzione perfetta di logiche
e significati. Gender fluid, elegantemente femminista al punto da sembrare edulcorata
ma soprattutto abilmente presentata come una costruzione ideologica e non commerciale,
anche se il mercato si nasconde malamente, ma forse nemmeno più di tanto in ogni formato e dietro ad ogni falsissimo «courtesy the artist» anche ai Giardini e all’Arsenale.

L’elefante di Katharina Fritsch all’ingresso del Padiglione Centrale, Photo by Roberto Marossi

La scorsa edizione in cui vivevamo interrogativamente tempi interessanti riproponeva lo stesso artista con un’opera museale ai giardini e commerciale all’arsenale o viceversa. Sempre tenedo d’occhio il mercato visto che oramai la produzione é un just in time per eventi di questo tipo.
Facili le battute sul latte: alle ginocchia, cagliato, versato che abbiamo sentito circolare nei giorni delle preview. La realtà é che siamo un pubblico stanco, in overdose di magnifiche scoperte e riscoperte, quest’anno poi a dosi massicce di surrealismo si aggiunge un afflato
ecumenico per la taumaturgia dell’artigianato che collassa da tutte le latitudini in opere
dal felice potere ipnotico. “Il latte dei sogni” é come l’Oxicontyn, un antidolorifico che inventa ed amplifica il dolore, creando una dipendenza ed un’escalation di consumo.

Il latte dei sogni (Felipe Baeza)

Non sappiamo più difenderci dall’incremento di un piacere perverso che é quello del riconoscere, riconoscersi ed amplificare la seduzione delle opere. Il Surrealismo non é una teoria, ma una istantanea del lavoro simbolico che la borghesia mette in atto per non capitolare all’orrore del deserto del reale. Questo di Venezia 2022 é un surrealismo di arabeschi, di ghirigori quasi una tela diragno che senza pietà incapsula artisti bravi e meno bravi artisti che ritornano ed altri che non se ne sono mai andati dall’orizzonte del contemporaneo.

Mrinalini Mukherjee, Rudra, 1982 (sinistra), Vanshree, 1994 (centro), and Devi, 1982 (destra), installation view, Padiglione Centrale. Courtesy l’artista e La Biennale di Venezia; photo: Marco Cappelletti

Poi si dovrebbe secendere nei dettagli, ma sarebbe un gioco di chiosa. I padiglioni stranieri e gli eventi collaterali forniscono un collante ad una materia che si agglutina nel desiderio
di tutti coloro che da mesi e mesi non si godevano una kermesse con tutto ciò che questo significa. Credo che dovremmo considerare tutti insieme il fallimento e confrontarci con dei modelli di mostre che la pandemia non ha sepellito e che non sono ancora stati sotituiti dall’esperienza diffusa dell’arte. Quando avremo cambiato il nostro modello di consumo dell’arte potremo probabilmente godere dell’ostensibilità della bellezza e del magico.
Ecco, la magia é ciò che mancato a questa edizione. La prestidigitazione non é l’alchimia
ed il potere evocativo di magnifiche opere a volte non basta alla bulimia dei nostri sguardi.

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