Gino De Dominicis, D'IO, 1971, Stampa tipografica su carta
Dipingere l’invisibile, quindi lui, l’onnipotente. Ma come? Conviene immaginarselo saggio il nostro Dio, ed ecco che tutti lo ritraggono piuttosto anziano e grigio. Generalmente benedicente, creatore, incoronatore o protettore. Quello di Bernardino Luini appare in gloria, con la barba bianca e i capelli dello stesso colore, con la riga in mezzo e qualche riccio al vento. Se ne sta a braccia aperte e indossa un abito rosso al di sotto di un mantello scuro fatto a sacco, che copre il resto. Appare in cielo circondato da nubi e angioletti dalle teste alate. Ovviamente giù guarda, per fortuna nostra.
Le gambe compaiono invece in quello di Domenico Beccafumi, al quale si vedono anche i piedi. I capelli sono corti e grigi ma qui Dio è ricoperto da un grande drappo rosso e pare persino infuriato. Sotto la mano sinistra regge il globo, mentre la destra è ben pronta a ordinare di scendere agli inferi all’Arcangelo Michele. In controluce il suo Dio miete proprio paura e noi, come gli angeli, restiamo tutti in attesa. Senz’altro colto in un momento diverso è il Dio Padre di Cima da Conegliano, conservato al Courtauld Institute di Londra, che sembra con le nuvole fare a maglia. Il cielo è turchese alle spalle e lui è vestito di un bel verde. Un mantello lo ricopre parzialmente e con la solita barba folta e il capello lungo inspira pace e un mood tranquillo. E’ davvero buono questo, e molto umile, soprattutto se lo paragoniamo a quello incredibilmente agghindato di Albrecht Dürer nell’Adorazione della Santissima Trinità, con la corona imperiale che ne evidenzia la vanità.
Benedicente è il Dio padre di Luca Cambiaso, veramente molto anziano, con i capelli radi e presenti solo ai lati, che vien da chiedersi: ma già che crei il mondo intero, non puoi pensare a una ricrescita che funzioni davvero? Comunque sia pare un po’ perplesso e abbacchiato, nonostante il suo gesto sembri più un “evviva” che una benedizione, come a voler dire: ho inventato un nuovo stile! Ma il cubismo verrà lanciato dopo qualche secolo e avrà un altro leader. Presente all’Annunciazione di Recanati lo ritiene Lorenzo Lotto, al quale Maria pensa bene di volger le spalle per guardar me spettatore. E par proprio dire: “Oh signore!”. Forse è solo impaurita come il suo gatto, che se la fila. Ma, cara Maria, noi non possiamo farci nulla e il Padreterno esce da una nuvola vestito di rosso e ha le mani giunte, come quelle di chi si tuffa: il viso è concentrato, i capelli non sono molti e la barba è a punta. Ma riecco ancora Dio comparire tra un nuvolo di serafini e raggi, con la capigliatura e la barba simmetrica, nella pala di San Francesco a Fabriano, per mano di Carlo Crivelli. Persino le corone che tiene in mano sono due: una va a Maria, l’altra al figlio Gesù. Il mantello è più scuro, preziosamente bordato, il viso è reclinato, l’espressione ferma e tutto è perfettamente calcolato. Non trasmette molto amore, ma quello dovrebbe arrivare. Non saprei quale scegliere invece tra i tanti Dio del bravo Raffaello. Quello della Pala Colonna ha i capelli che sono stranamente appiccicati alla testa: qualche riccio esce dalla nuca e la barba è più lunga del previsto. Il globo è nella mano sinistra, mentre la destra è raffigurata in benedizione. Il vestito è viola e il mantello è rosa vivo, ma più che vivo tutto qui pare bloccato: del resto è l’Eterno e il tempo si ferma.
Verde, rosso e blu è il vestito del Dio del tardo Botticelli, nel registro superiore della pala di San Marco, tra angeli vari e fiori mariani, mentre incorona la vergine con le sue stesse mani. I panneggi sono ampi e dalla tiara papale escono lunghissimi capelli abbondanti.
In volo dinamico appare invece Dio ad Alzano, per l’abile pennello di Jacopo Palma il Vecchio. Vestito di un bel rosa-rosso (che io ricordo quasi fucsia) offre una corona, una palma e l’accoglienza a quel San Pietro che è gia stato colpito dalla daga in testa. Ma il Santo guarda in su e lui prontamente compare, tra teste alate e angeli completi, con una barba nuvolosa dai tratti ramati.
E infine arriviamo a uno dei più noti: quello del Buonarroti. Che non incorona nessuna Vergine ma vola sulla volta della Sistina e sta per toccare Adamo in modo da trasmettergli la scintilla divina. Barba e capelli al vento, sorretto da angeli, con un manto color rosa, è lo stesso che si ripete diverse volte nell’immagine prima, con la creazione di Eva, e poi più in là fino all’altare, sempre eroico e monumentale. E com’è diverso da quello di William Blake alla Tate, squamoso e alato, che crea il primo uomo, sofferente e concentrato. Insomma: infinita è la sua grazia, come i modi di rappresentarlo. E se Woody Allen sostiene che Dio abbia preso da lui molte cose, con la stessa ironia Gino De Dominicis palesa ed estremizza la questione e l’ego-riferimento diventa una scritta immortale: D’IO. Siamo a sua immagine e somiglianza ma dubito possa aver ragione.
Nicola Mafessoni è gallerista (Loom Gallery, Milano) e amante di libri (ben scritti). Convinto che l’arte sia sempre concettuale, tira le fila del suo studiare. E scrive per ricordarle.
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