Ciò che importa per me nell’arte è di far dimenticare la materia. Lo scultore Medardo Rosso (Torino, 1858 – Milano, 1928), che introduciamo con questa sorprendente citazione, si accosta nella nostra memoria letteraria a un altro genio dimenticato: Ardengo Soffici – saggista, poeta, pittore – che fu tra i primissimi in Italia a occuparsi dello scultore torinese (Il caso Medardo Rosso, 1909) quando questi era già molto apprezzato nella Parigi di quegli anni, capitale mondiale dell’arte e cuore della Belle Époque (vi risiedeva dal 1889). Soffici lo considerò il fondatore di quella scuola di scultura analoga, in pittura, all’Impressionismo, e vide in lui un misconosciuto anticipatore di Rodin. Attraversiamo di buona lena piazza Navona per raggiungere l’appartato Palazzo Altemps, un elegante edificio rinascimentale, disegnato da Melozzo da Forlì – fu residenza del cardinale austriaco Marco Sittico Altemps grande collezionista d’arte – e oggi adibito a museo d’arte antica (ospita capolavori di statuaria classica provenienti da importanti collezioni gentilizie). Il motivo che ci spinge nel cuore turistico della Capitale è la prima personale romana – mirabile dictu – dedicata proprio a Medardo Rosso. Sono circa trenta le opere distribuite nelle ampie sale del primo piano: alcune copie dall’antico e una ventina di pezzi originali che comprendono versioni in bronzo, gesso e cera (Rosso non lavorò mai il marmo) di otto differenti soggetti.
Lo scultore usava ritornare sullo stesso soggetto, anche a distanza di molto tempo, per reinterpretarlo e coglierne altre sfumature, altri chiaroscuri, altri palpiti di luce, altre impressioni, assottigliando la materia plastica, frammentandola, quasi con la volontà di dissolverla. Nulla è materiale nello spazio, ha scritto, e la sorpresa nuovamente ci intriga. La mostra indugia soprattutto sul rapporto dell’artista con l’antico e sulla sua peculiare idea di copia intesa come interpretazione, come esecuzione dipendente dalla ineluttabile mutevolezza della percezione. In una delle sale osserviamo con curiosità alcune foto d’epoca e apprendiamo che Rosso, sperimentatore straordinario e indefesso, si è cimentato anche con il medium fotografico. Sembra che avesse inteso la fotografia come il prolungamento della sua ricerca materica che era anche o, forse, soprattutto indagine sulla natura della luce (gli uomini sono in realtà degli scherzi di luce, ha scritto). E fotografava le sue opere come a coglierne, attraverso il nuovo strumento, aspetti reconditi, insondati, imprevisti. Rosso fu artista di respiro europeo, viaggiò molto e respirò l’Europa soprattutto a Parigi. Ma se volessimo indagare le radici della sua filosofia estetica dovremmo frugare anche nel milieu culturale della scapigliatura milanese, dove visse gli anni della formazione: nello sfumato di Tranquillo Cremona, nel contorno incerto, fragile, sfaldato dei bozzetti di Paolo Troubetzkoy e di Giuseppe Grandi; ma anche in un certo verismo e in un certo cotè modaiolo che strizzava l’occhio allo spiritismo e ai fenomeni medianici.
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