Vincenzo Gemito_ Il giocatore (1870) inv. PS203, h.64cm, gesso patinato Napoli, Museo e Real Bosco di Capodimonte
Per la stampa questa mostra audacieuse è “splendida”, “sorprendente”, “eblouissante” e Vincenzo Gemito (Napoli, 1852-1929) è un genio, uno scultore comme il ne s’en fait plus. Molto applaudito è anche l’allestimento scenografico del percorso espositivo, che comprende 130 opere. Sembra quasi che la Francia cerchi di farsi perdonare per aver dimenticato Gemito, dopo averlo conosciuto quando, alla fine degli anni Settanta di due secoli fa, giovanissimo, era venuto a Parigi. Non era passato inosservato. Era stato osannato ma anche condannato. E fu detto laid e hideux il suo “Pescatore”, un ragazzino che stringe tra le mani dei pesciolini guizzanti, come quelli dipinti nelle “nature morte” del Seicento napoletano dei Recco. Troppo lontana la verità di questo verace figlio del popolo partenopeo dalla composta mentalità parigina di quel tempo. Vincenzo Gemito era nato proprio nel cuore di Napoli. Era il 1852 ed era il 16 luglio, la festa della Madonna del Carmine. Bruciava il campanile della chiesa, la terra tremava per i “botti” infuocati e il cielo s’infiammava dei fuochi pirotecnici. Il giorno dopo, la mamma affidava alla ruota del convento dell’Annunziava il suo bambino, che diventava così “figlio della Madonna” e, dopo pochi giorni, aveva una nuova mamma, una popolana, che gli avrebbe voluto bene.
Vincenzo visse da scugnizzo per le strade di Napoli e, libero e curioso, guardava la vivace vita dei vicoli gremita di scugnizzi come lui. Gli piaceva disegnare e manipolare la creta. E fu magnogreco ancor prima di frequentare il Museo archeologico. Dove comprese appieno quell’arte che guardava il mondo con lo stesso suo sguardo. Si era anche iscritto all’Accademia ma, insofferente alle regole, non l’aveva frequentata. E continuava a disegnare e a plasmare creta. E a essere uno scugnizzo, come quelli che ora è possibile ammirare in mostra al Petit Palais, come l’inseparabile amico Antonio Mancini, anche lui qui nel percorso espositivo, con il dipinto del suo “Prevetariello” (“piccolo prete”) dal grande cappello nero in testa e le labbra serrate come a trattenere il pianto. Al Petit Palais comprendiamo il successo di Vincenzo Gemito, apprezziamo la vitalità delle opere di questo artista, che riusciva a entrare empaticamente nell’anima del personaggio ritratto, e da questa ne ricavava l’espressione, l’atteggiamento, i movimenti e la postura del corpo. “Ritraggo quello che esiste” diceva. Ma, nel frattempo, Napoli viveva un rivolgimento epocale: da città capitale di un Regno veniva costretta a città di provincia. Il Potere cambiava il suo volto, imponeva la sua burocrazia e anche la società, asservita, gli si uniformava, si piemontesizzava, si imborghesiva. Tutto il contrario dell’indole del popolo napoletano e di Gemito, che ebbe una crisi tremenda, quando gli fu comandato dal Re Savoia di fare una statua di Carlo V, da collocare in una delle nicchie del Palazzo Reale, tra le altre statue dei vari re che aveva avuto Napoli. Carlo V, re delle Spagne e Imperatore, era stato il più potente tra questi. Gemito cercò di realizzare nella statua il senso del Potere. Ma gli riuscì male, il movimento non era naturale, il soggetto non era nelle sue corde. Si ribellò, si scagliò contro la statua. Contro sé stesso, che si stava perdendo, si stava uniformando. Lo rinchiusero in manicomio, ne fuggì e si rinchiuse da sé, per più di venti anni, nella sua casa, a Napoli, al Parco Grifeo. Poi, nel 1909, ne uscì fuori e ricominciò il suo lavoro. Realizzò ancora bellissime, più classiche, opere. Era ancora una grande artista. Ma non era più lui. Morì il 1° marzo del 1929.
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