Galleria d’Arte Moderna Ricci Oddi, Piacenza, c. outThere collective
Alla Galleria d’Arte Moderna Ricci Oddi di Piacenza, riaperta dopo l’intervento di riqualificazione e riallestimento firmato da Piero Lissoni, torna leggibile un progetto che, fin dall’origine, non si limitava a esporre una collezione ma definiva le condizioni per guardarla. Qui l’architettura non è sfondo ma dispositivo: un sistema di sale, corti e passaggi che orienta lo sguardo, mentre la luce zenitale – voluta dallo stesso fondatore – restituisce alle opere la loro condizione originaria, quella degli atelier.
È proprio da questa consapevolezza che nasce la Galleria. Non una raccolta che trova spazio ma uno spazio che nasce per una raccolta. Già nel 1913 il nobile piacentino Giuseppe Ricci Oddi, collezionista privo di una formazione accademica ma dotato di una sensibilità affinata da anni di frequentazioni, letture e visite a studi d’artista, è alla ricerca di «Uno stabile degnamente adattato o appositamente costruito», per collocare le opere e donarle alla città.
Nel 1924, con un laconico biglietto indirizzato al sindaco di Piacenza, formalizza la sua intenzione: cedere la collezione a condizione che il Comune metta a disposizione l’area su cui edificare il museo a sue spese. Il 27 dicembre dello stesso anno viene redatto l’atto di donazione. Alla cerimonia inaugurale, alla presenza dei principi di Piemonte, Umberto e Maria José di Savoia, Ricci Oddi non partecipa. Un’assenza che restituisce la misura di un carattere schivo ma anche la distanza tra il gesto privato e la sua destinazione pubblica.
Il progetto viene affidato a Giulio Ulisse Arata, che interviene sull’area dell’ex Convento di San Siro integrando le preesistenze in un organismo articolato. Ancora oggi la sequenza dei cortili porticati costruisce un sistema di passaggi filtranti tra spazio aperto e chiuso, mentre all’interno il percorso si organizza con una chiarezza quasi geometrica: dal salone quadrato d’ingresso si sviluppa un corridoio che distribuisce le sale fino a uno spazio ottagonale, da cui si diramano ambienti disposti a raggiera. Una struttura che costruisce un percorso che accompagna lo sguardo, fino a sfiorare una qualità spaziale quasi metafisica.
Non si tratta di una scelta tecnica ma di un principio: Ricci Oddi insiste perché le opere siano viste nella stessa condizione luminosa per cui sono state concepite, quella degli atelier. La luce restituisce i quadri alla loro origine. È qui che la Galleria mette in crisi la distinzione tra studio, galleria e museo, istituendo una continuità tra luogo della creazione e luogo della visione.
La collezione, articolata oggi in 22 sale, riflette la coerenza di questo progetto. Datata prevalentemente tra il 1830 e il 1930, documenta una spiccata predilezione per l’arte figurativa e il paesaggio, senza cedere a un eclettismo dispersivo. Non si incontrano opere casuali: dietro ogni acquisizione si riconosce una scelta, maturata attraverso visite a esposizioni e studi d’artista, letture, colloqui con consulenti e mercanti. Talvolta determinante è la capacità di persuasione degli intermediari, talvolta intervengono ragioni più personali, economiche o persino sentimentali. Non mancano decisioni ostinate – come il rifiuto di acquistare opere di Sironi – né gesti di sostegno verso artisti in difficoltà o emergenti. Il risultato è sorprendentemente omogeneo. Questa unità emerge attraverso una pluralità di voci: Giuseppe Pellizza da Volpedo, Medardo Rosso, Felice Casorati, Adolfo Wildt, Umberto Boccioni, Carlo Carrà, Giuseppe De Nittis, Federico Zandomeneghi, Gaetano Previati, Amedeo Bocchi e tanti altri.
Il nuovo allestimento introduce inoltre una sala dedicata agli artisti del territorio, a rafforzare il legame con la città. In questo contesto si inserisce anche il Ritratto di Signora di Gustav Klimt, al centro di una vicenda che ha segnato la storia recente della Galleria. Rubato nel 1997 e ritrovato nel 2019 all’interno di un’intercapedine del muro esterno, il dipinto continua a esercitare un’attrazione quasi narrativa. Ma è solo una soglia, l’accesso a un sistema molto più complesso.
Alla morte di Ricci Oddi, nel 1937, il testamento rivela la natura radicale del suo impegno. Oltre alla collezione, gran parte del patrimonio – denaro liquido, azioni, gioielli di famiglia – viene destinata al museo, per garantirne la gestione e il completamento. Non un semplice lascito ma un disegno compiuto, pensato per durare.
L’intervento di Lissoni & Partners, avviato nel 2025 e realizzato con il sostegno di una rete di finanziatori locali, si muove con misura all’interno di questa eredità. Coinvolgendo tutte le 22 sale e oltre mille metri quadrati di superficie, il riallestimento restituisce leggibilità al percorso e introduce una maggiore flessibilità espositiva, senza tradire il principio originario. Anche in questo caso, come già per Arata, il progetto nasce da un gesto gratuito. Una coincidenza che, al di là dell’aneddoto, suggerisce una continuità nel modo di intendere il rapporto tra architettura e istituzione.
Si esce dalla Galleria Ricci Oddi con la percezione di un equilibrio raro. Qui ogni elemento – lo spazio, la luce, la scelta delle opere – partecipa a un’unica idea. Conservare ma anche costruire uno sguardo.
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