Categorie: arteatro

A TEATRO

di - 22 Marzo 2017
Sulla scena il corpo diventa il mezzo per ricercare la propria autenticità.
Emma Dante, regista vincitrice di diversi premi Ubu, e Jan Fabre, artista e performer di Anversa, entrambi noti a livello internazionale, hanno portato in scena il futuro del corpo dell’attore, disegnando in un certo senso il destino del teatro, con due spettacoli solo apparentemente molto distanti tra loro.
Emma Dante firma Bestie di scena, nuova produzione 2017 del Piccolo Teatro di Milano, spettacolo interamente basato sull’attore e sul suo corpo. Il pubblico è invitato a entrare in sala una mezz’ora prima dell’inizio dello spettacolo, per poter assistere al training dei quattordici attori sul palco. Man mano che i minuti passano, i corpi si spogliano dei vestiti e del proprio io, si mostrano nella loro nudità, nell’aspetto animale. Solo alla fine, interamente svuotati e liberati dalla vergogna, possono rivestirsi e indossare la nuova maschera.
Attends, attends, attends… (pour mon père) di Jan Fabre, andato in scena al CRT, è il dialogo-monologo, tra Cédric Charron, storico performer di Fabre, e il padre ormai morto: un confronto impari, fatto di gesti lottanti e frasi lapidarie, che non trova soluzione se non nell’immortalità della carne.

In entrambi i casi un teatro fortemente evocativo e ricco di immagini, dove le parole sono poche e sacrificate a favore dell’azione dell’attore che non deve essere solo e tanto il burattino che incarna il pensiero del regista, ma diventa anche protagonista con il proprio vissuto che arricchisce e dà significato alla messa in scena. In entrambi i casi il corpo dei performer si fa protagonista incarnando quello del regista.
Un corpo potente energico e ferocemente studiato quello proposto da Jan Fabre. Vulnerabile, fallibile e teneramente umano quello di Emma Dante.
Il regista usa dunque i propri performer, a partire dalle improvvisazioni, per cercare una rappresentazione basata sulla verità dell’interpretazione.
L’attore deve diventare vero, uno di noi. Il suo corpo viene usato per riportare in luce pulsioni ancestrali. Tornare all’origine, all’essenza per scrivere il futuro attraverso il passato.
Per avanzare la Dante ripropone una dimensione intima e autentica, basata sulla bestialità del corpo, fatto di istinti, paure e bisogni. Bestie di scena cita gli spettacoli precedenti della regista palermitana, ridando vita al già visto e al già vissuto. Proprio come i bambini in una primordiale fase evolutiva.

Fabre tende invece a una dimensione dionisiaca, divinizza il corpo rendendolo perfetto ed etereo, capace di andare oltre le possibilità fisiche e psicologiche umane, come nelle 24 ore di Mount Olympus, con gli attori che rischiavano di cadere o di svenire in scena. Un corpo maschera, che assume il ruolo di tramite tra sé e l’aldilà, recuperando l’antica prosopon greca, usata per nascondere la mortalità della vita e rendere eterno lo spirito della persona.
Il corpo dell’attore di Fabre si fa tramite di un dialogo con il morto, non a caso Charron a fine spettacolo si proclama Caronte, il traghettatore.
In un momento in cui le macchine ci sostituiscono in tutto, il bisogno della verità che solo la gestualità del corpo riesce a trasmettere diventa impellente. Non è un caso che molto teatro contemporaneo vada in questa direzione: la riconquista di un linguaggio primordiale, per non perdere le nostre radici e capire in che direzione evolvere.
Giulia Alonzo
Attends, attends, attends… (pour mon père) di Jan Fabre
andato in scena al CRT 3-5 marzo

Bestie di scena di Emma Dante
Piccolo Teatro Strehler, Milano
21 – 22 marzo 2017 Sala Teatro LAC, Lugano

Dopo gli studi al Politecnico di Milano e all'Accademia di Belle Arti di Brera, collabora con diverse testate di teatro e arte. Studiosa di arti visive, design e spettacolo dal vivo, è particolarmente interessata alla ricezione e alla simbologia delle opere d'arte nella società contemporanea. Attualmente impegnata nello sviluppo del portale trovafestival.com, la cultura in movimento.

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