Categorie: Musei

Il New Museum ieri e oggi: come è cambiato il museo super contemporaneo di New York

di - 25 Marzo 2026

Dopo quasi due anni di chiusura, il New Museum di New York riapre al pubblico con una nuova espansione che raddoppia gli spazi espositivi, affiancando al celebre edificio di SANAA una nuova struttura trasparente e verticale, firmata OMA. A inaugurare questo nuovo capitolo della scena newyorchese è la mostra New Humans: Memories of the Future, curata da Massimiliano Gioni insieme a Gary Carrion-Murayari, Vivian Crockett e Madeline Weisburg. E, proprio mentre il museo si proietta verso il futuro, ne approfittiamo per ripercorrerne il passato.

New Museum: un progetto radicale nella downtown di New York

Fondato nel 1977 da Marcia Tucker, il New Museum nasce come istituzione atipica: niente collezione permanente ma una missione ben precisa, ovvero lavorare esclusivamente sul contemporaneo, nel senso più letterale del termine. All’inizio il museo è poco più di una stanza su Hudson Street ma proprio questa posizione marginale permette alla giovane istituzione di intercettare pratiche e artisti ancora fuori dal sistema. Negli anni sarà tra le prime realtà a presentare il lavoro di artisti come Ana Mendieta, David Wojnarowicz o Paul McCarthy, ben prima della loro consacrazione istituzionale.

Uno dei passaggi più significativi, che consacra il New Museum a livello internazionale, è però senza dubbio il dialogo con le pratiche attiviste degli anni Ottanta, in particolare durante la crisi dell’AIDS. Il New Museum si configura infatti come spazio aperto a interventi urgenti, ospitando progetti di ACT UP e contribuendo a rendere visibili forme di produzione culturale che sfuggivano ai circuiti tradizionali. Il celebre progetto Silence = Death entra nello spazio espositivo – e in quello pubblico, essendo il led situato nella vetrina del museo -, contribuendo così a ridefinire il rapporto tra arte e attivismo.

A oltre un decennio da Extended Sensibilities (1982-83), mostra che aveva contribuito a portare all’attenzione pubblica il tema dell’identità sessuale nell’arte, la fondatrice Marcia Tucker nominò Dan Cameron curatore senior, affidandogli di fatto il compito di accompagnare la trasformazione dell’istituzione da spazio alternativo a museo pienamente riconosciuto.

Per rendere evidente questo passaggio anche sul piano della programmazione, Cameron avviò una serie di importanti retrospettive dedicate ad artisti americani come Carroll Dunham, Paul McCarthy, Faith Ringgold, Carolee Schneemann, David Wojnarowicz e Martin Wong, affiancandole a mostre di metà carriera e progetti speciali di artisti internazionali tra cui Candice Breitz, Maria-Fernanda Cardoso, Wim Delvoye, Eugenio Dittborn, Mona Hatoum, Nalini Malani, Cildo Meireles, Pierre et Gilles, Keith Piper, Doris Salcedo, Nedko Solakov, Francesco Vezzoli, William Kentridge e Xu Bing.

A definire ulteriormente questo decennio curatoriale contribuirono anche due ampie mostre collettive, Living inside the Grid (2002) e East Village USA (2005), che ne hanno segnato in modo significativo l’impostazione critica e programmatica.

Il 2007 segna un’ulteriore evoluzione del museo, che si trasferisce nel Bowery, in un nuovo edificio progettato ad hoc da SANAA. Tuttavia, nonostante il salto di scala, il New Museum continua a mantenere il proprio assetto sperimentale e, negli anni successivi, sviluppa programmi come NEW INC — incubatore dedicato all’intersezione tra arte e tecnologia— e rafforza il proprio ruolo come piattaforma per pratiche emergenti e ibride.

Exhibition view, New Humans, New Museum

L’espansione: un museo che cambia forma

La nuova espansione si inserisce in questa storia come un momento di trasformazione: grazie a un investimento di circa 82 milioni di dollari, il museo si è infatti trasformato in un colosso la cui superficie totale si aggira sui 36mila metri quadrati. Di questi, gran parte è riservata all’esposizione ma una fetta importante dello spazio verrà dedicata a studi per artisti, aree educative e il programma NEW INC.

Il progetto, firmato dallo studio OMA guidato da Rem Koolhaas e Shohei Shigematsu, si sviluppa come un volume verticale e luminoso che dialoga direttamente con l’edificio esistente di SANAA. Se quest’ultimo è caratterizzato da una composizione di volumi sfalsati e opachi, il nuovo intervento introduce una maggiore trasparenza, con facciate vetrate e spazi interni più permeabili alla luce naturale. Un grande atrio centrale, poi, connette visivamente i diversi livelli, rafforzando l’idea di un museo come spazio aperto e attraversabile, più che come sequenza lineare di sale.

New Museum di New York

New Humans: una mostra-manifesto

La mostra inaugurale, New Humans: Memories of the Future riunisce oltre 150 artisti, scrittori, scienziati e filmmaker provenienti da più di 50 Paesi, costruendo una narrazione che attraversa più di un secolo di cultura visiva.

Il punto di partenza è apparentemente semplice: cosa significa essere umani in un momento di trasformazioni tecnologiche radicali? Ma la risposta che la mostra costruisce è tutt’altro che lineare. Piuttosto che concentrarsi sull’attualità più immediata — intelligenza artificiale e cultura digitale — il percorso si sviluppa in modo “diagonale”, mettendo in dialogo opere contemporanee con lavori di figure storiche del Novecento, come Brâncuși, Dalí o Man Ray.

Il risultato è una costellazione di immagini e oggetti che attraversano temi come il corpo, la macchina, l’identità e la trasformazione, senza mai organizzarsi in un racconto cronologico. Piuttosto, la mostra funziona per accostamenti: surrealismo, modernismo, arte contemporanea e cultura visiva si intrecciano e influenzano la lettura l’una dell’altra.

Accanto a opere storiche, trovano spazio oltre 15 nuove commissioni, con artisti come Camille Henrot – che per l’occasione ritorna al medium del video -, Wangechi Mutu, Hito Steyerl e Ryan Gander, chiamati a confrontarsi con questi stessi nodi da una prospettiva contemporanea.

Exhibition view, New Humans, New Museum

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