Irene Mathilda Alaimo, Rapture, studio Orma, photo credit_ Circa studio
Nel piccolo villaggio montano di San Sebastián de Garabandal, tra il 1961 e il 1965, quattro bambine del luogo raccontarono di aver vissuto esperienze mistiche e assistito a una lunga serie di apparizioni della Vergine Maria. Le giovani veggenti — Conchita González, Mari Loli Mazón, Jacinta González e Mari Cruz González — sostennero che tutto ebbe inizio il 18 giugno 1961, quando apparve loro l’arcangelo Michele, incaricato di prepararle alla venuta della Madonna. Nel corso degli anni le bambine parlarono anche di visioni drammatiche riguardanti castighi divini, crisi della fede e future sofferenze della Chiesa. Particolare rilievo assunse l’annuncio di un futuro “Grande Miracolo” che, secondo Conchita, avrebbe lasciato un segno permanente presso i pini di Garabandal. Attorno agli eventi nacquero racconti di guarigioni e fenomeni straordinari che contribuirono ad alimentare la fama internazionale del luogo.
Nonostante la vasta devozione popolare, la Chiesa cattolica non ha mai riconosciuto ufficialmente la soprannaturalità delle apparizioni. I vescovi della diocesi di Santander espressero ripetutamente un giudizio di non constat de supernaturalitate, formula che non conferma né condanna definitivamente gli eventi, ma ne sospende il riconoscimento ufficiale.
Rapture, la nuova mostra curata da Studio Orma con opere di Irene Mathilda Alaimo, pone la propria attenzione proprio su questo evento che, per certi aspetti, richiama fenomeni di trance rituale come il tarantismo: esperienze sospese tra dimensione mistica, manifestazione corporea e costruzione culturale del sacro.
Il lavoro dell’artista, fondato su un intenso processo di ricerca archivistica il cui fulcro è spesso costituito da dimensioni mistiche, fenomeni soprannaturali ed eventi miracolosi, si concentra tuttavia non tanto sull’avvenimento in sé, quanto sulle modalità della sua trasmissione mediatica e multimediale. Del resto, chi non rimarrebbe affascinato dal tentativo — tipicamente umano — di trasformare fenomeni per loro natura sfuggenti e irrappresentabili in un racconto coerente e fruibile attraverso strumenti tecnici e tecnologici? Di razionalizzare l’irrazionale per poi restituirlo al pubblico sotto forma di prodotto?
In un momento storico in cui la televisione e la comunicazione di massa iniziano a diffondersi capillarmente, un evento come quello vissuto dalle bambine di Garabandal assume infatti un valore ulteriore rispetto a quello puramente mistico: quello di fenomeno sospeso tra esperienza religiosa e caso mediatico. Si genera così una tensione profonda tra l’avere fede e il voler vedere per credere, tra l’esperienza estatica e la sua registrazione, tra l’evento e la sua immagine e, infine, tra il momento irriducibile del sacro e la capacità tecnica di archiviarlo, riprodurlo e renderlo visibile.
I video utilizzati in mostra provengono direttamente dai materiali originali realizzati all’epoca e l’intervento dell’artista è minimo: dei filmati vengono semplicemente valorizzati i volti delle ragazze, senza ulteriori manipolazioni. È invece nella proiezione e nella costruzione spaziale che il lavoro prende forma. Le immagini vengono infatti proiettate su pannelli di amianto, superficie che assorbe e riflette la luce producendo immagini instabili, sfumate, continuamente sul punto di dissolversi. La visione diventa così precaria, intermittente, quasi incontrollabile. È proprio in questa oscillazione tra apparizione e sottrazione che si manifesta il legame più profondo con l’idea stessa di estasi, intesa come esperienza di perdita del controllo e di eccedenza rispetto alla rappresentazione.
All’installazione dell’artista coincide anche una trasformazione radicale dell’ambiente espositivo. Tale approccio curatoriale costituisce una delle caratteristiche distintive di Studio Orma, che riesce a valorizzare il lavoro degli artisti sfruttando con intelligenza le dimensioni ridotte dello spazio e costruendo ogni volta un’esperienza fortemente immersiva. A ogni esposizione l’interno appare quasi irriconoscibile, contribuendo alla creazione di un ambiente percettivo coerente con la ricerca presentata.
In questo caso, la trasformazione dello spazio amplifica ulteriormente quella sensazione di instabilità e sospensione che attraversa l’intero lavoro di Matilda, facendo della mostra non soltanto un luogo di osservazione, ma un’esperienza percettiva in cui immagine, luce e memoria sembrano continuamente sfuggire a una definizione definitiva.
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