Carolina Lopez, Wunshlos, 2023
Tratta dall’omonima rassegna ideata dall’artista e curatore indipendente Francesco Arena, la rubrica OTHER IDENTITY – Altre forme di identità culturali e pubbliche vuole essere una cartina al tornasole capace di misurare lo stato di una nuova e più attuale grammatica visiva, presentando il lavoro di autori e artisti che operano con i linguaggi della fotografia, del video e della performance, per indagare i temi dell’identità e dell’autorappresentazione. Questa settimana intervistiamo Carolina López.
Il nostro privato è pubblico e la rappresentazione di noi stessi si modifica e si spettacolarizza continuamente in ogni nostro agire. Qual è la tua rappresentazione di arte?
«Come artista visiva, rappresento l’arte attraverso le mie lenti letteralmente e metaforicamente in una continua osservazione del corpo, l’arte non solo per mostrare la questione del corpo in un approccio emancipatorio ma anche che la ricerca può contribuire alle discussioni contemporanee.
Mi piace fotografare frammenti, donne e me stessa, prima di tutto, in una rottura con la corporeità, con un modo di sperimentare il corpo in un altro universo sensibile rispetto a quello assegnato, quello degli affetti. L’arte dovrebbe evocare emozione nello spettatore, nel suo potere, nel suo desiderio, nei suoi affetti, uno spazio per pensare in una trasformazione della comprensione del mondo».
Creiamo delle vere e proprie identità di genere che ognuno di noi sceglie in corrispondenza delle caratteristiche che vuole evidenziare, così forniamo tracce. Qual è la tua “identità” nell’arte contemporanea?
«Il mio obiettivo è sfidare le percezioni convenzionali del corpo. Questa prospettiva si allinea con le discussioni contemporanee nell’arte che cercano di mettere in discussione le norme sociali e sostenere l’autonomia personale. L’atto di fotografare se stessi e gli altri è una potente dichiarazione contro l’oggettivazione, che enfatizza l’autoidentità. I frammenti consentono un’esplorazione sfumata dell’identità, specialmente nel contesto delle esperienze delle donne. La forma frammentata riflette la complessità e la molteplicità delle identità delle donne, riconoscendo che una narrazione singolare non riesce a incapsulare le realtà vissute delle donne».
Quanto conta per te l’importanza dell’apparenza sociale e pubblica?
«Per me, in quanto Visual Artist, l’aspetto pubblico e sociale può essere collegato a un impegno per l’autenticità e a una connessione più profonda con persone che condividono gli stessi valori o preoccupazioni simili. Gli artisti esercitano un potere significativo nel dare forma alle narrazioni sociali e nell’ispirare l’azione collettiva, rendendo la loro presenza pubblica cruciale nel mondo interconnesso di oggi».
Il richiamo, il plagio, la riedizione, il ready made dell’iconografia di un’identità legata al passato, al presente e al contemporaneo sono messi costantemente in discussione in una ricerca affannosa di una nuova identificazione del sé, di un nuovo valore di rappresentazione. Qual è il tuo valore di rappresentazione oggi?
«Considero il mio lavoro più un metodo di ricerca che una mera forma d’arte. Questo approccio cerca di estrarre il potere indicale delle fotografie, sottolineando il loro ruolo nel documentare esperienze ed esplorare verità più profonde sul tempo e l’esistenza. La fotografia diventa un passo in un’indagine piuttosto che un’immagine isolata».
ll nostro “agire” pubblico, anche con un’opera d’arte, travolge il nostro quotidiano, la nostra vita intima, i nostri sentimenti o, meglio, la riproduzione di tutto ciò che siamo e proviamo ad apparire nei confronti del mondo. Tu ti definisci un’artista agli occhi del mondo?
«Cerco di avvicinarmi a ciò che un artista può essere nel processo creativo quando, attraverso il mio obiettivo e all’interno di quella piccola cornice, qualcosa inizia a mostrarsi; questo può essere appagante e trasformativo poiché mi consente di trasmettere i miei pensieri e le mie emozioni, abbracciando la mia identità senza bisogno di approvazione esterna e in modo spontaneo».
Quale “identità culturale e pubblica” avresti voluto essere oltre a quella che ti appartiene?
«Forse nel mondo interconnesso di oggi, posso esplorare identità ibride che fondono molteplici influenze culturali, consentendomi di avere un punto di vista più ampio e un’espressione artistica più ricca. Sono attratta da molte cose e sento di poter esplorare e rappresentare concetti e influenze diversi nel mio lavoro».
Carolina López, nata in Colombia, ha vissuto a Bogotà fino all’età di 17 anni per poi trasferirsi a Firenze, dove ha studiato pittura e fotografia all’Accademia di Belle Arti e ha lavorato per diversi anni come Studio Manager e capo dipartimento presso la scuola americana. A Milano ha conseguito un Master in Fotografia e Visual Design, vincendo una borsa di studio presso la Fondazione FORMA – NABA. Vive a Bogotà e lavora come Visual Artist in una costante esplorazione delle donne nel loro contesto urbano e sociale.
Il suo lavoro fa costantemente riferimento al cinema e alla letteratura. Assorbita dalla fotografia, ha voluto metterne in discussione confini e limiti, esplorando temi quotidiani e adottando nel tempo uno stile eterogeneo.
Il suo primo libro, Le Nuits Fauves, è stato pubblicato nel 2022 in collaborazione con il crowdfunding SelfSelf Books. Lopez ha presentato i suoi progetti in diverse Gallerie, Istituzioni e Musei: Galerie Joseph Le Palais Paris FR, Fondazione Mudima, Milano, PHOS Centro Fotografia, Torino, Galleria Ricardo Costantini, Torino, Italia, Ares Contemporary, Lugano, CH, Photo Berlin, Cinema Mundi, Berlino, DE, Italian Gallery Cultural Institute a Cracovia, PL, SRISA Gallery of Contemporary, Firenze, IT, Premio di pittura Felice Casorati, Pavarolo, Torino, IT, Fabbrica del Vapore, Milano, IT, Book in the XXI century, Museum Spoleto, IT, Italian Gallery Cultural Institute a Cracovia, PL. Collabora con REGIA Magazine a Miami e Mow Magazine a Milano.
Attualmente sta lavorando al suo prossimo libro dal suo ultimo viaggio in Germania.
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