Hotel Cittadellarte
Dal 1998, l’ex spazio industriale del Lanificio Trombetta a Biella non si è mai comportato come un museo tradizionale. L’ultima novità riguarda l’inaugurazione della rassegna Arte al Centro 2026 e del nuovo Hotel Cittadellarte, a conferma dell’idea del maestro Pistoletto che l’arte è co-progettazione e luogo vivo di incontro, socialmente impegnato, idee che reggono bene il peso degli anni. L’Hotel «non si visita ma si abita», come vero «dispositivo artistico» in cui soggiornare tra camere d’autore e mostre diffuse. Lo stesso giorno, il lancio di Terme Culturali, percorsi immersivi per gruppi e aziende e l’assegnazione del Minimum Prize 2026. Quest’anno il tema è l’accoglienza, affiancata da una visione del turismo come strumento di consapevolezza e responsabilità.
«Con Hotel Cittadellarte si compie l’ultima grande trasformazione, l’occasione per un’esperienza immersiva dentro il “sistema Pistoletto”, in sintonia con ciò che ha generato l’intero progetto», afferma Paolo Naldini, direttore della Fondazione. Una città dell’arte abitabile, sulle rive del torrente Cervo. Con un sentito taglio del nastro, il Maestro ha realizzato un sogno, da quella convinzione che, fin dal 1994 con il Progetto Arte, gli artisti debbano uscire dal recinto dell’autonomia estetica e mettere la propria creatività al servizio di tutti gli ambiti della vita collettiva. ma come progettisti attivi di un cambiamento possibile. Il simbolo del Terzo Paradiso è «non un’utopia, ma un cantiere».
Chi è davvero l’ospite? Chi accoglie e chi è accolto? L’Hotel Cittadellarte fa dell’ospitalità stessa un dispositivo critico. Le 31 stanze della struttura diventano il perimetro della mostra L’ospite Inatteso di Giuseppe Stampone, curata da Ilaria Bernardi, in cui ogni camera è insieme opera e soglia, uno spazio in cui l’incontro con l’altro viene tradotto in forma artistica disegnata con penna Bic. Il progetto interroga l’ospitalità nelle sue dimensioni culturali e politiche, sottraendola alla logica del servizio per restituirla a quella dell’esperienza condivisa. La mostra resterà aperta fino all’edizione 2027 insieme a una serie di materiali fotografici provenienti dall’archivio della Fondazione che sono esposti negli spazi comuni dell’hotel. All’esterno l’artista Matteo Raw Tella inscrive nel muro i simboli della Cittadella. L’edificio industriale al centro del complesso è stato ristrutturato mantenendo i materiali esterni originali, sotto il coordinamento di Emanuele Bottigella, da una ricerca presso gli Archivi di Senna nel 1874. Della gestione della struttura si è occupato Ugo Pellegrino e il suo team, da tempo dediti al recupero architettonico nel biellese. Gli interni e le camere seguono il principio della sostenibilità: l’acqua piovana viene bonificata per irrigazione e bagni, il riscaldamento avviene tramite un impianto geotermico, le moquette interne derivano dal riciclaggio di reti da pesca.
Altra novità fresca di lancio sono le Terme Culturali, programmi di esperienze pratiche di convivialità e ospitalità. Pensate da Armona Pistoletto, figlia del maestro, sono percorsi immersivi, “Percorsi CreATTIVI”, come li chiama. I programmi, giornalieri o con pernottamento, uniscono visite e laboratori e sfide creative. Nei laboratori i partecipanti costruiscono insieme una mostra d’arte, un esercizio di pensiero strategico e comunicazione guidato da esperti. I workshop propongono lezioni di pittura che invitano a ragionare sui processi decisionali, la “cerAMICA” che lavora sulla cura, la grafologia e la fotografia. A condurre tutto questo saranno counselor, arteterapeuti e mediatori. Come spiega Armona, «Le Terme Culturali non sono corsi, ma spazi di rallentamento, per esercitare collaborazione (denominata “Demopraxia”), in controtendenza rispetto alla saturazione del presente».
Michelangelo Pistoletto, nell’entusiasmo dei suoi 92 anni, aggiunge ai suoi capolavori questo ultimo tassello. «Oggi realizziamo il sogno di un’opera che vive man mano che viene abitata, rigenerata, e diventa essa stessa autrice di se stessa. Mi sento sempre più partecipe ma sempre meno “autore”. L’autorità, di fatto, esiste perché c’è qualcuno che la rappresenta, e io mi sono adattato a questo riconoscimento. Ma qui siamo tutti autori, diffusamente e in contemporanea».
Chi soggiorna all’Hotel Cittadellarte non acquista semplicemente una camera: entra, temporaneamente e fisicamente, nel sistema di relazioni che la fondazione ha costruito in quasi trent’anni, producendo un significato collettivo. È la stessa logica che governa le residenze di UNIDEE, i laboratori aperti, i convegni pubblici, in una fondazione che funziona per contaminazione, e ogni ingresso nel suo perimetro è potenzialmente trasformativo. Il turismo, in questa lettura, smette di essere un’industria dell’evasione e diventa «strumento di consapevolezza e responsabilità, per visitatori che sono interlocutori».
Durante la giornata è avvenuta l’assegnazione del Minimum Prize 2026 a Giorgio de Finis e al MAAM – Museo dell’Altro e dell’Altrove. Un premio istituito da Cittadellarte nel 2001 per riconoscere esperienze che usano l’arte come leva di cambiamento sociale reale. Il MAAM è una storia tutta italiana con valenza europea. Nella periferia est di Roma, nel 2009, i Blocchi Precari Metropolitani occupano un ex salumificio Fiorucci abbandonato. Lo ripuliscono, lo trasformano in abitazioni, ci costruiscono una comunità che chiamano Metropoliz, uno spazio nato dal basso che diventa poi museo.
Un case study di rilievo, dalla rivendicazione alla co-progettazione, come un contro-dispositivo quasi opera situazionista. Nelle parole di Giorgio de Finis: «Il MAAM ha operato fuori da ogni logica di tipo economico, nessun finanziamento, niente bandi, niente crowdfunding, costruendo la sua “barricata d’arte” a difesa del diritto all’abitare e del diritto di resistere delle 70 famiglie insediatesi nell’ex salumificio della Fiorucci, sulla logica del dono». Il MAAM sfida apertamente il MAXXI e il MACRO, facendo della sua marginalità geografica e della sua povertà strutturale una dichiarazione di poetica, «la periferia come centro, il disordine come metodo, la non asetticità come verità». È esattamente ciò di cui parla Cittadellarte da trent’anni, un cammino che va dalla rivendicazione alla co-progettazione, dal conflitto alla coabitazione.
Attorno all’hotel prende forma il programma espositivo di Arte al Centro 2026, una costellazione di progetti che declina gli stessi temi, il confine poroso tra arte e vita, attraverso linguaggi e discipline diverse. Arte al Centro è un sistema coerente di tre progetti tra loro connessi. Dans les plis – Ogni punto è il centro dell’universo al Museo del Presente, da un’idea di Giuliana Setari Carusi e Serena Pomilio, a cura di Ilaria Bernardi, assume la piega del tessuto e la plissettatura tipica dell’abito di Scanno come metafore di stratificazione e metamorfosi.
Il progetto intreccia moda e industria contemporanea con il contributo degli studenti dell’Accademia UNIDEE e l’installazione del Terzo Paradiso reinterpretata da Laurent Barnavon. CirculART 4.0, sviluppato da Fashion B.E.S.T. e UNIDEE con il Material Innovation Lab di Kering, esplora la materia tessile come territorio di convergenza tra creatività, industria e sostenibilità, in dialogo con la vocazione manifatturiera del territorio biellese. Con la mostra Ecosystems as Living Communities Vol. II, le artiste Emma Zerial ed Eliza Collin ci portano sulle Alpi con le ricerche dei loro ecosistemi, fauna e narrazioni. Spazio anche all’opera Popular Remission, 2026 di Davide Carnevale, un’installazione in legno, argilla e terracotta ispirata al simbolo trinamico. L’Universario e la mostra Uffizi operano come spazi di sintesi e connessione, restituendo la complessità della Formula della Creazione di Pistoletto, in partnership con Galleria Continua sul tema della tecnologia. Gli spazi hanno accolto anche la presentazione di AMAZONIA: relatos de abundancia, progetto filmico dell’artista Sergio Racanati sostenuto dall’Italian Council, con l’introduzione di Manuela Gandini.
L’Arte Povera era sottrazione: togliere il piedistallo all’arte per restituirle il mondo. Ma ogni sottrazione ha un verso opposto. Pistoletto ha messo uno specchio in una stanza e lo spettatore si è visto dentro l’opera. Poi ha capito che lo spettatore non bastava: ci voleva la scuola, l’economia, la cura, la spiritualità, la produzione. Tutta la vita, non solo chi la osserva. Gli anni Sessanta erano la domanda, il progetto attuale è la risposta: l’arte come strumento di rigenerazione mentale e sociale. L’Arte Povera era la diagnosi; il progetto attuale è la terapia, quel che rimarrà come coronamento del grande percorso di Michelangelo Pistoletto.
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