Photo Ela Bialkowska, OKNO Studio. Courtesy Fondazione Palazzo Strozzi, Firenze
Otto colonne in travertino rosa, composte da blocchi modulari e posizionate nel Cortile di Palazzo Strozzi all’interno di una vasca d’acqua compongono l’installazione There are other fish in the sea dei SUPERFLEX. Un progetto di “architettura interspecie”, sviluppata secondo l’Interspecies Architectural Manifesto: un insieme di principi che il collettivo ha definito per progettare architetture che tengano conto delle esigenze di altre specie.
Lo specchio d’acqua ai piedi delle colonne riflette la loro immagine distorta che si staglia contro il cielo sopra Firenze e rispecchia l’architettura del Palazzo insieme ai volti dei numerosi visitatori che si fermano intorno all’opera per fare foto e osservare incuriositi. L’aria sembra sospesa, il silenzio che induce l’installazione permette di restare assorti, osservando e meditando, mettendosi in un dialogo proficuo e diretto con le colonne concepite come potenziali habitat per la vita marina. La biodiversità nei mari prospera attorno a strutture con ampia superficie disponibile; per questo i moduli che compongono le colonne presentano numerosi piani irregolari di diverse dimensioni.
Ancora una volta a Palazzo Strozzi, un’opera che colpisce, scuote le coscienze e mette in discussione con se stessi e le proprie teorie, allacciandosi all’attualità dell’emergenza ambientale e riproponendola attraverso il filtro dell’arte contemporanea e le emozioni che sa suscitare. Un lavoro, quello dei SUPERFLEX, che ben si coniuga con la mostra di Mark Rothko, ospitata all’interno del Palazzo: un dialogo potenziale tra interno ed esterno, un ponte tra l’arte contemporanea di un grande artista e quella di un collettivo che opera nell’oggi e che, come Rothko, cerca nella riflessione profonda il suo mezzo di comunicazione. A legare idealmente questi diversi percorsi artistici, è l’architettura rinascimentale, con la sua capacità di integrare attraverso l’armonia delle forme i linguaggi contemporanei, suggerendo la possibilità che il passato possa ricordarci come da sempre gli esseri umani siano riusciti a coesistere con altre specie in scenari interdipendenti.
L’installazione dei SUPERFLEX vuole essere anche un riferimento al passato drammatico di Firenze che, ormai sessant’anni fa, nel 1966 ha subito la ferita, per certi versi ancora aperta, dell’alluvione. Come ricorda lo stesso collettivo in un’intervista con Arturo Galansino, «l’acqua salì a Firenze e non si limitò a sconvolgere le vite, sollevò un’enorme questione su cosa fare con tutto quel patrimonio concentrato in una sola città, con tutti quei musei, chiese e istituzioni, quando arriva l’acqua. Il rapporto tra una città e il suo fiume, tra l’insediamento umano e le forze naturali, non era ancora compreso in termini ecologici. Ciò che l’alluvione ha lasciato irrisolto — e che sembra diventare più urgente ogni decennio — è una domanda più profonda: non solo come proteggere ciò che abbiamo costruito, ma come ripensare i termini della convivenza tra gli ambienti costruiti e i sistemi naturali che li circondano e li sostengono. Questa domanda conduce direttamente a un pensiero interspecie e a ciò che abbiamo imparato esplorando le profondità marine».
Le colonne divengono dunque interfacce, superfici, attraverso i fori e i passaggi delle quali le creature che popolano gli abissi possono trovare riparo, rifugio, occasione di gioco e persino casa. Le otto colonne si contrappongono a quelle del cortile interno di Palazzo Strozzi, volte a delimitare, a chiudere lo spazio interno e distinguerlo da quello esterno: le strutture dei SUPERFLEX sono invece un invito a lasciare che il mondo fuori entri dentro e lo compenetri, divenendo un tutt’uno, in cui il tempo si annulla e la memoria di quando noi stessi eravamo creature acquatiche, galleggianti e fluttuanti, ci permetta di superare la diffidenza dell’essere umano per il mondo acquatico e abbandonarsi a esso, al silenzio ovattato e all’annullamento della gravità che lo contraddistingue.
«Con questa installazione SUPERFLEX attiva un confronto diretto con il Cortile di Palazzo Strozzi, proseguendo la linea della Fondazione di mettere in relazione la sua architettura rinascimentale con visioni contemporanee» dichiara Arturo Galansino, curatore del progetto e Direttore Generale della Fondazione Palazzo Strozzi. «L’opera invita a immaginare nuove forme di convivenza tra specie, in linea con la visione di Palazzo Strozzi come luogo di dialogo tra passato e futuro, dove ricordare la tragedia dell’alluvione del 1966 come un monito e un punto di reimmaginazione e ripensamento».
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