Ermanno Olmi è il titolo del primo episodio del progetto di ricerca biennale Mahabharata di Fabrizio Favale, danzatore e coreografo della formazione bolognese Le Supplici. Il punto di partenza dell’intera opera è proprio il libro mitologico orientale Mahabharata, o storia della grande lotta fra i Bharata, il più grande poema in versi mai scritto composto di circa 110.000 strofe. Nell’impossibilità di comprendere il complesso dei miti stessi, Favale lascia libero il corpo, che diventa ricettacolo di una vertigine, luogo di tremiti, pause, torsioni, piccole riprese. Il mito è ricondotto al corpo. Il testo al silenzio. Lo spazio al semplice accadere. Il progetto, caratterizzato da una dilatazione progettuale per tappe, si compone di cinque raggruppamenti di episodi e ricerche, preceduti da un prologo intitolato Trentaseimila fuochi e presentato pochi mesi fa durante l’ultima edizione estiva del festival Danza Urbana di Bologna.
L’episodio Ermanno Olmi si concentra sui primi tre capitoli del libro orientale, e sonda le molteplici possibilità di un inizio. Il lavoro si compone di tre capitoli pensati per gli spazi dell’ex chiesa di San Mattia di Bologna. Nel primo capitolo, La coperta di Prajapati, Favale è solo nella grande navata della chiesa sconsacrata. Porta con sé una coperta. La luce, sapientemente studiata, scandisce un’anomala temporalità sul corpo del performer. La coperta diventa un oggetto sacro capace di estendere i movimenti oltre il corpo, di prolungare l’azione stessa del danzatore. Il suono, che sembra seguire i lenti cambiamenti delle luci, amplifica il costante incedere del tempo, in una dimensione di continuo ri-accadere. Il gesto, nella sua sospensione, custodisce un segreto.
Così nel capitolo secondo, dal titolo La coperta degli altri, Manasaputra, il performer non è più solo. Arriva una donna. Mentre sullo sfondo dieci ragazzi azionano corde che muovono quattro teli neri sospesi nello spazio della navata centrale. Sembrano letteralmente fluttuare nell’aria, come astratti presagi sull’azione dei due danzatori. Azione nascosta all’attenzione, quasi rubata dalla danza delle cortine funebri. Se la coperta nel capitolo I era prolungamento dell’azione del performer, una sua necessaria applicazione fisica, nel finale del capitolo secondo, diventa il luogo dove nascondere il corpo dell’altro. E una volta nascosto il corpo, l’azione (e lo spettacolo) termina.
Il pubblico applaude. I performer escono e ringraziano. Il pubblico applaude ancora. Poi, mentre alcuni spettatori si preparano a lasciare la sala, il terzo capitolo. Lo stendardo di Garuda (capitolo segreto) fa la sua apparizione, e come tutte le apparizioni è breve e folgorante. Insieme allo stendardo di Garuda e la volta della scimmia dello stendardo di Arjuna. Nello spettacolo non v’è risoluzione. Né conclusione. È l’inizio di qualcosa che deve ancora avvenire, o che è già accaduto e il pubblico può solo ricordare. Se la danza è un gesto che avviene nel tempo prima che nello spazio, come dice il filosofo Giorgio Agamben, lo spettacolo di Favale lavora alla creazione di un’azione nel segno di questa dimensione cronotopica.
link correlati
www.lesupplici.it
www.danzaurbana.it
www.mkonline.it
jacopo lanteri
spettacolo visto il 10 dicembre 2005
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