Categorie: arteatro

arteatro_festival | Asian memory of home | Roma, Teatro Palladio

di - 8 Gennaio 2008
Un’Asia che racconta il suo passato, quella che ha presentato RomaEuropa nell’ultimo scorcio di festival. E lo ha fatto con una serie di spettacoli ognuno diverso dall’altro.
Quello proposto dai cinesi Zuhe Niao è molto vicino allo storico teatro-danza di Pina Bausch. Tongue’s memory of home è un tributo a poeti conterranei ormai dimenticati ma popolari negli anni ‘80, un periodo di cui le scenografie riprendono lo stile visivo e il registro espressivo. Sono così proiettati sullo sfondo una serie di video che richiamano, con immagini e testi, le poesie di quegli anni, mentre gli attori-danzatori tratteggiano un quadro minuzioso e spietato della Cina post-rivoluzionaria, raccontando psicologie, pensieri, sensazioni, desideri e speranze di un mondo chiuso in se stesso e nei suoi valori stranianti e disumani. Un lavoro pregevolissimo, la cui visione è in parte impedita dall’infelice disposizione delle poltrone del Palladium, che non si alternano, e del palcoscenico, che non ha nessuna inclinazione. Questo perché una parte dello spettacolo, all’inizio e non solo, vede la presenza dei coreuti sdraiati, e in questo modo dalla platea si riesce con difficoltà a percepirne i movimenti. Tuttavia, il racconto di ciò che significa vivere in un Paese come la Cina non ne risulta appannato, e gesti e movenze vivono di una profonda quanto struggente significatività. Sia quando i protagonisti, vestiti in divisa, emulano usi e modi tipici di una vita quotidiana militaresca, sia quando, denudati, lasciano libero sfogo -chi con più coraggio, chi più timidamente- alle loro sensazioni e a un’inusitata libertà di vivere pienamente la sensualità diffusa delle cose, lontano dalle ideologie e dagli schemi imposti. La perdita e la riconquista della percezione, grazie a un corpo ormai libero, la rinascita a una vita vera, sotto lo sguardo stupito e perplesso di un campeggiatore in camicia a quadretti e bermuda (che forse è l’Occidente) vengono tratteggiati doviziosamente in una performance che raggiunge apici di rara bellezza.
Un grido di dolore per ciò che si è perso a causa delle velleità nazionaliste si ritrova anche nella docu-performance che arriva dalla Cambogia, The Continuum – Beyond the killing fields, del regista Ong Keng Sen e del suo Theatreworks. Un viaggio a ritroso nel disperato quanto vano tentativo di recupero della propria identità di popolo, seguendo il sottilissimo filo di Arianna costituito dai lontani ricordi di un’anziana danzatrice, l’ultima, della corte Khmer, e della sua famiglia. I momenti di danza sono suddivisi in vari contesti: la lezione alle più giovani, la dimostrazione, la spiegazione per il pubblico. A questi si alternano i momenti del racconto, in cui sono descritte le atrocità commesse dai khmer rossi nei confronti della popolazione cambogiana, in particolare degli intellettuali e degli artisti, e momenti più propriamente documentaristici, con le riprese video del viaggio verso la città natìa dell’anziana donna. In tutto questo, ciò che più lascia il segno è lo iato fra la solennità quasi sacra con la quale la famiglia di danzatrici (gli uomini all’inizio non potevano accedere a tale professione, solo più tardi sono stati ammessi, esclusivamente nel ruolo di scimmie) viveva e vive la propria arte e la devastante brutalità, unita a una totale mancanza di rispetto per la vita umana, che veniva praticata quotidianamente dai rivoluzionari di Pol Pot. Manca purtroppo allo spettatore occidentale la conoscenza profonda di una danza che è prima di tutto narrazione, ma lo spettacolo resta godibile e il reportage filmato in questo senso aiuta molto. Il resoconto delle varie fasi che hanno portato al ricongiungimento della decana con la sua stessa vita, infatti, consentono di penetrare gli abissi di una cultura e di un’espressione artistica che non è concesso penetrare intellettualmente a chi non ne conosce intimamente le strutture simboliche.
Altre strutture simboliche, invece, e completamente altro modo di proporle, quelle dei giapponesi Chambara, con Legend of the Sword, decisamente più ironico e giocato sulla spettacolarità. Uno stile peraltro ripreso “orchestrando diverse arti della tradizione nipponica: il tate -una forma di combattimento teatrale con le spade dei samurai-, il kenbu -una danza, sempre con le spade- e il daiko -le percussioni nate come strumento marziale”. Il tutto mantenuto sui registri dell’onirico e del fantastico, una valenza che il Giappone ha sempre coltivato in sé, testimoniata anche dalla presenza nella cultura popolare delle figure mitizzate dei guerrieri ninja. Qui a essere mitizzati sono i samurai, i guerrieri giapponesi devoti all’imperatore e uniti dalla fedeltà a un codice rigidissimo, che sulla scena mettono in campo il loro coraggio e la loro lealtà sia in tempi lontani, quando vestivano con i loro abiti tradizionali, sia in tempi moderni, reincarnati suo malgrado in un giovanotto contemporaneo, vestito con T-shirt e cappelletto da baseball, cui tocca in sorte di salvare una ragazza dalle grinfie del Cattivo. Un vero e proprio racconto tra il cinematografico e il fumettistico, di un’iconicità radicale quanto riuscita, che mette in campo abilità funamboliche e narrative, con attori-danzatori che si destreggiano con naturalezza tra il comico e lo stunt.
E soprattutto, anche qui, dietro il divertimento sbalordito del pubblico, l’omaggio al valore irrinunciabile di ciò che è stato, delle proprie radici e della bellezza che questo percorso all’indietro può portare con sé.

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valeria silvestri


dal 7 novembre al 14 dicembre 2007
Romaeuropa Festival
Roma, sedi varie
Info: tel. 800795525 (dall’Italia) / +39 0642296300 (dall’estero); romaeuropa@romaeuropa.net; www.romaeuropa.net

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