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arteatro_resoconti | Performa 07 | New York, sedi varie

di - 29 Gennaio 2008
Con l’ultima edizione di Performa, RoseLee Goldberg sembra centrare il segno dell’ambizioso progetto da lei stessa ideato nel 2005: quello di costruire una piattaforma di confronto sul concetto di performance, avviando un discorso complesso sulle radici della sua storia e il presente e il futuro dei suoi sviluppi. Se il linguaggio comune si è infatti da tempo impossessato del termine, piegandolo agli usi più disparati, tanto più urgente s’impone la sua esplorazione nell’ambito in cui la performance ha costruito il proprio spazio vitale, quella zona di confine che con sempre minore distinzione si posiziona fra le arti visive e lo spettacolo.
È su questa base che la manifestazione biennale organizzata da Golberg nel mese di novembre sembra porsi come necessaria prosecuzione di un percorso parallelo di studio e critica militante, che la studiosa porta avanti da ormai diversi anni, concretizzandosi in importanti contributi, come le pubblicazioni Live Art from Futurism to the Present (1979) e Performance: Live Art since 1960 (2004), e il lavoro svolto come curatrice presso alcuni centri nevralgici per la performance art internazionale (tra gli altri, la galleria del Royal College of Art di Londra e il newyorkese The Kitchen).
Performa nasce a New York e ha tutto il sapore di un ritorno a casa. È nella metropoli statunitense che l’intenso ventennio degli anni ‘60 e ‘70 ha visto germogliare le esperienze più significative di quel modus operandi presto declinato sul ricco paradigma della categoria di performance art. Non solo: non vi è immagine più esaustiva che il flusso ininterrotto di corpi e azioni nella griglia caotica di Manhattan per esprimere quel definitivo sconfinamento della vita nell’arte (e dell’arte nella vita quotidiana) che è il nucleo centrale dell’ampio spettro di accezioni che la performance contiene. New York è performance in se stessa, nel suo continuo riflettersi in superfici specchianti, nel suo permanente laboratorio di comportamenti e mitologie.

È così che Performa sceglie di assumere una forma capillare, sviluppandosi a macchia d’olio su tutta la mappa della città, in numerose sedi, non solo e non sempre luoghi riservati al mondo dell’arte. Sono quaranta le istituzioni che hanno accolto l’edizione di quest’anno: tra queste figurano numerose strutture “museali” (il P.S.1, lo Studio Museum a Harlem, il Drawing Center), istituti di cultura (il Goethe-Institut, la Japan Society, la New School, il Lower Manhattan Cultural Council), oltre ad alcuni dei luoghi storici della ricerca scenica newyorkese (la Judson Memorial Church, The Kitchen, PS122).
Oltre cento gli artisti che presentano il proprio lavoro, disegnando un ampio raggio di proposte: da Darren O’Donnell, che per due sabati consecutivi invita il pubblico a farsi tagliare i capelli da un gruppo di bimbi in un salone di bellezza nella zona di Chinatown, lavorando sullo spaesamento provocato da un gesto “rischioso”, sulla performance che lascia tracce sul corpo; a protagonisti della scena contemporanea come Jérôme Bel, il gruppo My Barbarian, Kelly Nipper, Dave McKenzie; fino a mostri sacri del palcoscenico come Min Tanaka, Yvonne Rainer, Carolee Schneemann, stimolati non soltanto a presentare il proprio attuale lavoro ma a ripensare e raccontare la propria storia.
Numerosi sono infatti in Performa 07 i momenti di confronto con un passato che viene percepito fuori da ogni museificazione, vissuto come eredità vivente, che può e dev’essere esperito, ancora una volta, in termini performativi. In questo contesto, speciale menzione merita il re-doing di 18 Happening in 16 Parts, performance storica di Allan Kaprow, presentata a New York nel 1959 e leggendariamente considerata il punto di svolta, nonché l’evento archetipico del genere.
Lo spazio della riflessione è stato integrato da un’importante sinergia: proprio per sincronizzarsi con la cadenza di Performa, il convegno annuale Performance Studies International (ospitato quest’anno dalla New York University) è stato spostato nel mese di novembre, attirando in città numerosi studiosi del tema, stimolando così un interessante confronto fra teoria e prassi.

Un’attenzione particolare merita, infine, quella proposta in cui tutto il percorso fin qui tratteggiato sembra confluire: l’esperienza delle Performa Commissions. Secondo una formula già sperimentata in misura ridotta nell’edizione del 2005, Goldberg ha selezionato dieci artisti a cui “commissionare” un lavoro, sostenendo e stimolando la creazione, a partire da alcune condizioni date. In questa sfida è racchiuso tutto il senso di Performa 07: che la ricerca e il lavoro sulla performance si nutrano a vicenda, in un sistema ininterrotto di vasi comunicanti, affinché le infinite accezioni del termine non diventino etichetta, ma si rigenerino di continuo in esperienza viva.

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Marina Abramovic, nel 2008 negli Usa la sua Foundation for Performance Art

giulia palladini


dal 27 ottobre al 20 novembre 2007
Performa 07 – The Second Visual Art Performance Biennal
Info: Performa, 100 West 23rd Street, 5th Floor – New York, NY 10011; tel. +1 2123665700; info@performa-arts.org; 07.performa-arts.org

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