Categorie: arteatro

TEATRO

di - 13 Dicembre 2017
A teatro c’è chi guarda e chi recita. Ma non è detto che chi guarda sia il pubblico. Anzi, sempre più spesso oggi è richiesta la partecipazione degli spettatori, chiamati a lasciare la propria poltrona e agire in scena, per creare la storia, come nel caso dei Rimini Protokoll con Remote Milano (di cui ho parlato qui), o anche per essere complici della creazione drammaturgica della performance, come nel caso di Domini Públic, spettacolo del 2008, arrivato a Milano nell’ottobre 2016 grazie a Zona K. Allo spettattore non è quindi più chiesto solo di applaudire, ma di essere parte dell’atto creativo, a 360 gradi. In questa direzione va anche lo spettacolo We are Gob Squad and so are you dei Gob Squad, collettivo anglo-tedesco nato nel 1994 e arrivato per la seconda volta a Milano grazie a Zona K.
Gob Squad, Revolution Now
In piedi davanti al microfono Sean Patten si presenta e introduce i suoi compagni di viaggio: su un divano siedono tre ragazzi, due sono Marco Cavalcoli e Andrea Argentieri di Fanny & Alexander e uno è un ragazzo con delle cuffie wireless. Ma per una sera sono tutti Sean e tutti membri di Gob Squad. Dal divano uno degli attori si alza, si dirige verso il pubblico e gli mette altre cuffie, poi Sean e il duo di Fanny & Alexander escono andando verso una sala comandi, comunque ben visibile, dalla quale  parlano e danno ordini nelle cuffie dei ragazzi rimasti soli in scena: attraverso quella che il collettivo definisce “remote acting”, i due con indosso le cuffie sono controllati e manovrati da remoto e così l’intero spettacolo è “recitato”, o meglio suggerito, dal pubblico che man mano viene chiamato sul palco e istruito attraverso il dispositivo wireless.
Cosa vuol dire mettersi in scena e recitare? Ma soprattutto chi è che recita e cosa? Il gioco metateatrale proposto dai Gob Squad si presenta come la messa in scena dello Io, che si sviluppa nella grande macchina che è il sistema. Attraverso il semplice meccanismo dell’immedesimazione dell’attore, quindi nel fingere di essere qualcun altro, seppur continuando a essere sé stessi, il collettivo interroga il pubblico sulle proprie responsabilità pubbliche e individuali, e la capacità di costruire la propria personalità all’interno di una società.
Gob Squad, Revolution Now
Dall’intento politico più dichiarato è Revolution Now!, sempre del collettivo Gob Squad, arrivato a Milano grazie alla collaborazione, ormai efficace e collaudata, tra il Teatro dell’Arte e Zona K. Il meccanismo è semplice ma dal forte impatto: uno schermo installato su Viale Alemagna, fuori dal CRT, mostra ai passanti quello che avviene in sala, ovvero una pseudo occupazione con tanto di finti ostaggi e un improbabile notiziario sull’evoluzione dell’occupazione e l’ormai prossima rivoluzione.  L’obiettivo è bloccare qualcuno in mezzo alla strada per convincerlo a unirsi al gruppo:  dopo diversi tentativi falliti, due ragazze si fermano e aderiscono al progetto. Vengono quindi portate in sala e osannate come paladine della rivoluzione. Ma cosa vuol dire fare la rivoluzione? Andare a teatro, allevare una figlia con ideali femministi e ospitare migranti in casa, basta questo?
Il rischio è che diventi tutto spettacolo, come la maggior parte degli happening, dei quali l’intento politico finisce nel momento stesso in cui si spengono i riflettori, campagne mirate che muovono l’orizzontalità del web, ma ben lontane dal creare gesti di rilevanza sociale. E anche questa Revolution Now! si conclude con shot di vodka e succo di frutta, distribuiti al pubblico per festeggiare un qualcosa che non si è compiuto.
Giulia Alonzo

Dopo gli studi al Politecnico di Milano e all'Accademia di Belle Arti di Brera, collabora con diverse testate di teatro e arte. Studiosa di arti visive, design e spettacolo dal vivo, è particolarmente interessata alla ricezione e alla simbologia delle opere d'arte nella società contemporanea. Attualmente impegnata nello sviluppo del portale trovafestival.com, la cultura in movimento.

Articoli recenti

  • Mostre

A Venezia, le fotografie di Man Ray ci riportano alla Biennale del 1976

A cinquant’anni dalla Biennale Arte 1976, la Biennale di Venezia ripercorre il progetto di Janus dedicato a Man Ray, trasformando…

12 Febbraio 2026 0:02
  • AttualitĂ 

exibart 131 contro l’arroganza, il pregiudizio e il gossip a tutti i costi

L'uscita del numero di exibart 131 è stata l'occasione di un'analisi su censura e soft power oggi. Un momento necessario…

11 Febbraio 2026 20:41
  • Arte contemporanea

Alla Biennale di Lione 2026 si riscoprirĂ  l’economia poetica di Robert Filliou

Curata da Catherine Nichols, la Biennale di Lione 2026 esplorerĂ  il legame tra economia e arte, ispirandosi al pensiero di…

11 Febbraio 2026 16:26
  • Mercato

PRIVATE VIEW. Promuovere l’arte secondo Banco BPM

Un nuovo spazio su exibart, promosso da DUAL Italia, interamente dedicato al collezionismo e al mercato dell’arte. Ecco la visione…

11 Febbraio 2026 13:54
  • Fotografia

Sentire l’altro con delicatezza, nelle immagini sensoriali di Betty Salluce

Allo showroom Gaggenau di Milano, una mostra di Betty Salluce apre un nuovo punto di vista sul rapporto tra corpo…

11 Febbraio 2026 13:30
  • Arte contemporanea

Respira, scioglie e ritorna. Il progetto inedito di William Kentridge al MAXXI di Roma

Dopo dieci anni, William Kentridge e Philip Miller tornano a Roma con BREATHE DISSOLVE RETURN, cine-concerto immersivo ospitato nella galleria…

11 Febbraio 2026 13:17