Il Lazzaretto, Festival della Peste 2025, Ultimabaret, photo credits Silvia Gottardi
Ogni anno, il Festival della Peste della Fondazione Il Lazzaretto si presenta come un organismo vivo, mutevole, permeabile, disposto a lasciarsi contaminare tanto dai linguaggi artistici quanto dalle persone che lo attraversano. Per questa ottava edizione, tenutasi dal 5 al 9 novembre, il quartiere di Milano da cui il festival prende il nome si è fatto ancora una volta laboratorio urbano di sconfinamenti, tra performance, installazioni, pratiche psico-fisiche e conversazioni che non chiudono significati ma li aprono, espandendoli.
Il tema scelto per il 2025 è la relazione tra Potere e Piacere, nato da un anno di lavoro partecipato insieme al Club dei Pestiferi, gruppo eterogeneo che co-progetta con il team creativo della Fondazione. Come sempre, l’indagine parte da un binomio ma non per risolverlo: l’obiettivo è esplorare le frizioni, i cortocircuiti, le possibilità che si aprono quando due forze apparentemente distanti si sfiorano o si sovrappongono.
Come spiega la Direttrice della Fondazione, Linda Ronzoni: «Il potere è stato interrogato come capacità di orientare, come facoltà trasformativa». Il piacere diventa allora un mezzo di ascolto e di resistenza, una forza in grado di scardinare le logiche gerarchiche e restituire centralità al corpo, alla voce, alla relazione tra umano e non.
Molti dei progetti selezionati lavorano sulla voce, sulla sua vibrazione pre-linguistica, capace di modellare spazi e stati interiori. Dai mantra di Francesca Proia al canto di Camilla Barbarito, dalla parola performativa di Maura Gancitano alle declamazioni di Gaia De Megni, fino alle alle esplorazioni sonore di Abe Pazos Solatie e alle riflessioni su privilegio e posizionamento di Rebecca Moccia, il festival invita a spostare il piacere dalla sfera del controllo a quella dell’apertura sensoriale.
È in questo campo di spostamento percettivo che si inserisce la ricerca Pleasure Rocks, nata dalla collaborazione tra ultimabaret (Titta C. Raccagni e Barbara Stimoli) e Alessia Bernardini | La Nut, uno dei percorsi più sottili di questa edizione.
«In un’epoca di cambiamento climatico e di crisi delle forme di vita abituali, l’esistenza di soggetti indifferenti alla logica predatoria della persona umana ci chiede di ripensare le nostre relazioni con il mondo», Federico Luisetti, dal libro Essere Pietra. Ecologia di un mondo minerale.
Il laboratorio, guidato da Barbara Stimoli e Titta C. Raccagni, ha proposto un incontro diretto con la pietra attraverso pratiche somatiche semplici e progressive. Non si lavora sull’idea della pietra, ma sul suo corpo – peso, temperatura, grana, resistenza – che entra in relazione con quello dei partecipanti. La roccia smette di essere oggetto e diventa una presenza con cui condividere un tempo e uno spazio.
L’esperienza invita a sospendere giudizi e abitudini di controllo. Si esplora come il corpo cambia quando si appoggia a qualcosa che non risponde: un ascolto senza scopo che permette di percepire fragilità, stabilità e le micro-variazioni che emergono nella quiete così come nel rumore, così come le tensioni che si sciolgono quando si rinuncia a dirigere il gesto.
Il laboratorio costruisce un tempo più lento, quasi minerale: un tempo dove sostare senza aspettativa. Attraverso posture, micromovimenti e immobilità condivisa, si sperimenta una relazione non utilitaristica con l’altro, umano e non. È un invito a rivedere la gerarchia tra chi osserva e ciò che è osservato, aprendo la possibilità di un piacere che nasce dal semplice stare.
Pleasure Rocks parte dall’idea che le pietre non chiedano di essere interpretate. Esseri-terra, tracce cosmiche, testimoni di un tempo che eccede quello umano. Una presenza che disorienta proprio perché non risponde, una “passività” che apre spazi di emancipazione dal nostro sguardo antropocentrico.
Entrare in relazione con la pietra significa attraversare una zona intermedia in cui materia e senso-motricità si influenzano a vicenda, generando percezioni che hanno storicamente modellato il nostro immaginario. Il laboratorio rievoca questa dimensione arcaica non per riprodurne il simbolismo ma per restituire alla pietra la sua qualità di heteron, ciò che resta irriducibilmente estraneo. Condensano il tempo nella materia in modi che sono preclusi alle entità biologiche, i loro strati sono un archivio delle forze che decompongono e ricompongono la vita. Persistono mentre gli esseri umani scompaiono di generazione in generazione. In Pleasure Rocks, questo scarto diventa esperienza tangibile.
Al Festival della Peste è stata presentata anche la performance Coming to matter, una delle evoluzioni della ricerca Pleasure rocks, in cui si esplora il tempo profondo del mondo minerale. In scena le tante pietre di diversa provenienza, le due performer Camilla Isola e Barbara Stimoli e il suono live del musicista Antonio Della Marina.
Dalla scultura novecentesca alle pratiche concettuali e performative, la riapertura del Palazzo segna una nuova stagione di confronto tra memoria…
Dopo il restauro, torna visitabile alla Banqueting House di Londra il soffitto monumentale di Rubens, uno dei cicli pittorici più…
Il pittore surrealista la realizzò nel 1939, come allestimento scenico per un balletto. A fine mese sfiderà il mercato con…
Il Teatro delle Briciole di Solares Fondazione delle Arti, a Parma, ospita la Trilogia dei poveri cristi, progetto di Ascanio…
Il padiglione che vede al centro il lavoro dell'artista Chiara Camoni sarà uno spazio collettivo, dedicato a coralità, meraviglia e…
Il Ministero della Cultura acquisisce per 30 milioni il Ritratto di Monsignor Maffeo Barberini attribuito da Roberto Longhi a Caravaggio:…