Categorie: Arti performative

La performance, quel luogo labile dove arte e vita si toccano

di - 6 Aprile 2022

È andata fino in fondo. E lo scratch, il graffio, Loredana Longo, lo ha inflitto a se stessa e a noi che assistevamo. Si è scarificata il braccio, qualche centimetro sotto il polso, lo ha inciso ripetutamente, difficile guardare, difficile vedere, un’amica perchè di fatto di questo si tratta, maciullarsi le carni. E proprio un secondo prima delle nostre lacrime lei si ferma. Lei, che ci ha costretto a spostarci per tutte due le sale della galleria Francesco Pantaleone incidendo il muro con un tirapugni modificato, che non ci ha lasciato tranquilli a guardare un’azione, ma ha attirato il nostro sguardo lungo il perimetro della galleria e ce lo ha magneticamente incollato, si ferma sotto a una scritta al neon che dice MY BODY IS NOT NOBODY, a sua detta una cantilena senza senso, io la interpreto come una rivendicazione femminista: il mio corpo non è nessuno, non sono Ulisse che per sfuggire al gigante accecato usa uno stratatgemma linguistico, ma questa doppia negazione fatta da una bella donna, da una donna libera, intelligente e forte, significa automaticamente che il suo corpo “è” qualcuno. In un epoca di corpi disintegrati e resi quasi inutili e ridondanti dalla tecnologia, vedi “Useless Bodies?” di Elmgreen & Dragset alla Fondazione Prada, Longo scrive IL MIO CORPO NON È NESSUNO. E da qui diramasi le conclusioni di ciascuno. Che cos’è, quindi chi è il mio corpo. A Milano in fiera Longo espone un calco della propria pelle, di pelle, diviso in quarti come quello di un animale, cicatrici incluse.

Cosa ci si scambia nel contemporaneo, su instagram, su tiktok, su tinder, su app che certamente non conosco?

E cosa c’è dentro al corpo?
L’anima, la psiche, il sentire, la vita, che è molto meno surrettizia di tutto quello crediamo. Che invade predice ammorba o ammala i nostri meravigliosi corpi, i nostri corpi condizionati, il nostro sangue in cui scorrono le microplastiche e così via.
Il tempio che rende possibile, il tempio in cui scorre, la nostra vita.

Longo si ferma sotto la scritta MY BODY IS NOT NOBODY, dopo aver graffiato il guard rail di metallo che aveva già preso a mazzate in video, la sua è una forza grande che non si ferma davanti a nulla, e, minigonna, tacchi a spillo e trucco pesante, un simbolo del desiderio il suo corpo perfetto, inizia a incidersi il braccio. Lo sferza guardandolo, lo sferza sfidandolo, lo sferza e a ogni colpo il pubblico – fatto anche di tante amiche e amici – soffre incredulo, abbassa lo sguardo, non sa dove andare, non sa come finirà.
Loredana al nostro sguardo offre violenza, Lorendana solare, vivace, generosa, cuoca eccezionale, ballerina scatenata, dirompente come l’Etna sotto cui è nata, Loredana scatena la sua lava, il suo sangue, il dolore in quel momento lo sentiamo noi, ce lo offre puro, intarsiato.

Quando noi siamo stremati e lei ne ha abbastanza, con il sangue e il dito indice, sotto a MY BODY IS NOBODY, Longo scrive NO. Il colore del sangue appena sparso è rosa chiaro, debole, femminile. È lo stesso del gessetto che afferra, prima di sedersi a terra e tracciare attorno a sè il contorno del proprio corpo, la sagoma del delitto a cui ci hanno abituato film polizieschi e foto di cronaca. Lei, seduta nel mezzo, bambola silenziosa e fiera, ci fissa, poi riposa lo sguardo.

Poco dopo si alza, esce dal cerchio magico del rituale e ci abbraccia sorridendo, con quel sorriso denso e magico che mette subito allegria, quel sorriso denso e magico che è suo.

Gina Pane, Azione Sentimentale, 1973

II.
L’ospite più giovane che ha assistito a questa performance è mia figlia.
Tredici anni appena compiuti, è figlia di una artista, performer, poeta, educatrice, che scrive pure di arte ed è profondamente, radicalmente non violenta.
La madre, io, sono sotto shock.
Cosa è successo?
Come ho potuto portare mia figlia qui?
Ma io ho detto a Loredana che venivo con lei.
Ma, ma, ma.
Ma la vita fa quello che vuole, chi sono io per dettare legge.
La vita ci sfugge tra le mani mentre si fa e qui io, partita di casa orgogliosa e felice, femminismo acceso al massimo per andare con mia figlia a vedere per la prima volta, di sera, la performance di un’amica che lei ha conosciuto insieme a me per qualche giorno d’estate, io, mi trovo davanti a uno spettacolo che non avrei mai desiderato che vedesse.

Sono sotto shock, molto più di lei, che lo è, ma meno di me, mi guarda negli occhi e mi dice: E poi mi dici che le serie sono violente? D’ora in poi guardo quello che voglio.

Marina Abramovic, Rhythm 0, 1974

III.
Me lo sono meritata.
Me lo sono meritata?
Sento la grande risata dell’universo, e sorrido. E il sangue mi si gela nelle vene. Mia figlia qui, ce l’ho portata io.

Bene, continua l’educatrice.
Insegno performance all’Accademia Carrara di Bergamo e ho aperto The Momentary Now Performance School a Milano.

Quest’anno per la prima volta ho avuto a che fare con allieve ipersensibili che non possono vedere le immagini in bianco e nero anni ’70 attraverso cui conosciamo il lavoro di Gina Pane, Marina Abramović e tutte le altre che in prima persona hanno scratched their body, per rimanere in tema.

La differenza, spiegavo a mia figlia, è che al cinema e a teatro si usa il pomodoro al posto del sangue, mentre la peformance è quel luogo labile dove arte e vita si toccano.

E questo contatto – in un luogo dedicato – come stasera, e come la storia della performance ci insegna, può far male.

Come madre mi sono scusata, non avrei davvero mai voluto che assistesse a tanto, su persona conosciuta poi. La prima performance dal vivo a tredici anni. Battesimo di fuoco.

Diversi genitori artisti presenti le hanno spiegato quel che c’era da spiegare ma lei aveva già capito. Mi ha chiesto quali fossero nel dettaglio le intenzioni dell’artista oltre a una sorta di esibizionismo del dolore.

Che dire, è successo. Punto e a capo.

Lascio andare la madre, ruolo difficile da sostenere ieri sera, davvero, torna la pedagoga. E l’artista? Dov’è finita l’artista? L’artista è quella che ha scritto la prima parte di questo articolo, Marcella.
È vero.

La pedagoga, l’educatrice, la docente è colei che, nel mio caso, insegna il concetto del limite. Mostrarlo, portare gli allievi a vedere, portare gli allievi a sperimentare, portare gli allievi a sentire, adulti consenzienti, nonostante a Bergamo il mio corso sia obbligatorio.

Spiegarlo fisicamente, allenarli a conoscerlo, a determinarlo, a comprenderlo e superarlo, corpo e anima. Perchè è l’anima che muove il corpo, Longo docet.

Ieri sera, dopo tutta questa lunga girandola di emozioni, avevo bisogno di un abbraccio.
E mia figlia, che da brava tredicenna rifugge ogni contatto fisico con la madre, ieri sera in motorino mi ha abbracciato e non mi ha più lasciato andare.

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