Jean Gaudin, Markéta Stranska_OR TO BE. Foto Vojtěch Brtnický
Al via Ipercorpo 2023: Forlì ospita la 19ma edizione del Festival Internazionale delle Arti dal Vivo, progetto di Città di Ebla, con la direzione artistica di Claudio Angelini. Dal 14 al 17 settembre, negli spazi rinnovati di EXATR e dell’Arena Forlivese, si susseguono quattro giorni di danza, musica, teatro e arte contemporanea. Il tema? InPresenza, per rinnovare la volontà di lavorare sul rapporto diretto tra pubblico, artisti e opere. Abbiamo assistito per voi a …OR TO BE, duetto della performer Markéta Stránská e del ballerino e coreografo Jean Gaudin: due persone che continuano a non incontrarsi mentre vagano in un triangolo di vuoto, paura e solitudine. A tutte le nostre domande sulla performance ha risposto Gaudin.
Tu e Markéta avete realizzato insieme …OR TO BE. Come è iniziato l’iter creativo e quale elemento sceglieresti per descriverla a chi non l’ha vista?
…OR TO BE è nata in maniera molto semplice: ci siamo chiesti se volessimo realizzare un duetto sul vuoto e abbiamo iniziato a lavorarci, lei sul suo pezzo e io sul mio, confrontandoci ogni tanto. La prima cosa che racconterei per descriverla è che, nonostante sia un duetto, non performiamo insieme. Spesso siamo vicini, ma non c’è contatto. Abbiamo deciso di accostare due personaggi in contrasto tra loro – feroce uno, leggiadro l’altro – e di lasciare il resto dello spazio al vuoto, rappresentato dalla carta.
In effetti, sembra che sia la carta ad impedire il vostro incontro. Perché proprio questo materiale?
Il vuoto è tecnicamente impossibile da toccare o pensare. La carta ci è sembrata perfetta per manifestarlo: occupa uno spazio visibile, ma può anche essere compressa fino a diventare quasi nulla. Si tratta di carta riciclata dalle bobine dei quotidiani, che poi continua a modificarsi di pari passo con la danza. Anche qui è visibile il processo: prendi qualcosa che c’è già e la trasformi. È ciò che fa la performance, è ciò che fa l’arte.
Oltre al vuoto, ritorna spesso questo concetto del divenire. In che modo si lega al tema del festival?
Quando lavoro sulle coreografie, spesso penso a un’immagine. Ma la danza non può essere un’immagine. Il bello della performance è proprio che tutto cambia sempre: movimento, tempo, oggetti. Un po’ come il panta rei, è sempre diversa, e anche il pubblico lo è. Se ne fa esperienza solo nel qui e ora. In …OR TO BE non c’è alcun passato, alcun futuro: i protagonisti esistono fin quando performano. Per restare in tema: la performance esiste solo InPresenza.
Lo spazio che avete utilizzato è molto ampio e connotato. Quanto è stata rilevante la componente site-specific?
Dopo aver visto il luogo ci siamo chiesti subito come potessimo collocarci al suo interno. Fa tutto parte del gioco: abbiamo ricavato dimensioni e distanze diverse, attivando parti dello spazio che nella quotidianità verrebbero ignorate, come gli angoli. Nella performance nulla è davvero un ostacolo. Più riesci a immaginare, più puoi andare ovunque. Anche luce e suono possono muoversi in maniera libera.
Considerando la sua ampia esperienza nel campo, ha una riflessione onesta da farci?
Credo che nella performance non si debba aver paura di essere chiari con il pubblico. A volte penso che dietro questa preoccupazione si nasconda la paura di non essere apprezzati. Piuttosto, bisognerebbe essere onesti con sé stessi, fidarsi del proprio corpo e di come comunica. Il messaggio arriverà.
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