Categorie: Arti performative

La scrittura del corpo nell’epoca dell’algoritmo: il progetto di Matilde de Feo

di - 14 Marzo 2026

Al Complesso Monumentale del San Giovanni di Catanzaro, è visitabile fino al 14 marzo 2026 Fortunata, progetto ideato da Matilde de Feo nell’ambito del programma di ricerca Performing PNRR / NextGenerationEU, con l’Accademia di Belle Arti di Catanzaro come istituzione capofila e la curatela di Simona Caramia. L’opera si configura come un alfabeto generativo video-corporeo attivato da un algoritmo di intelligenza artificiale sviluppato appositamente per il progetto, nel quale linguaggio, corpo e codice si incontrano dando vita a una grammatica visiva in continua trasformazione.

Osservando le immagini dell’opera si ha l’impressione che le lettere non vengano semplicemente mostrate ma che emergano lentamente da una tensione interna al corpo stesso. Una N che si piega nello spazio come se fosse una soglia attraversabile. Una T che si dispone in verticale con la fermezza di un asse silenzioso. Una A che prende forma attraverso l’equilibrio instabile di un corpo che si tende e si sostiene, trasformando la postura in architettura temporanea. In questo passaggio la scrittura abbandona la superficie della pagina per diventare gesto e durata, come se il segno tornasse a coincidere con il movimento che lo genera.

Matilde De Feo, Fortunata, visual di Valentina Romeo

Il progetto prende forma come un alfabeto generativo video-corporeo costruito attraverso un algoritmo progettato per produrre parole e tradurle in configurazioni fisiche, attivando una circolazione continua tra linguaggio e presenza. Il codice genera il termine, il corpo lo attraversa, lo spazio lo restituisce allo sguardo sotto forma di figura, in un processo in cui il linguaggio perde la sua immobilità e torna a essere esperienza.

La ricerca si colloca all’interno di una genealogia che attraversa la poesia verbo-visiva italiana degli anni Settanta, quando artisti come Giuseppe Chiari e Gianfranco Baruchello iniziarono a interrogare la relazione tra parola e immagine, aprendo la scrittura a una dimensione performativa. In quella stessa direzione si muoveva anche Tomaso Binga con il suo Alfabeto Officinale, in cui il corpo diventava lettera per ridefinire la grammatica visiva del linguaggio. Fortunata riprende quella tensione e la trasporta dentro un ambiente computazionale, dove il codice assume la funzione di partitura e l’algoritmo diventa uno strumento capace di generare configurazioni sempre nuove.

Il titolo richiama esplicitamente la dimensione aleatoria che John Cage aveva posto al centro della propria ricerca, affidando all’I Ching la struttura delle composizioni e introducendo il caso come elemento attivo nel processo creativo. Anche qui l’imprevedibilità diventa parte integrante del dispositivo: l’intelligenza artificiale genera parole, fino a otto lettere, legate al paesaggio calabrese compreso tra Aspromonte e Stretto, costruendo un lessico che si muove all’interno di una geografia precisa e riconoscibile. Ogni parola attiva una configurazione corporea differente e ridefinisce momentaneamente l’equilibrio dello spazio, trasformando la scrittura in una figura che appare e si dissolve nel tempo della performance.

Il lavoro si sviluppa attraverso tre modalità progressive di attivazione. In una prima fase una funzione randomica produce parole sempre nuove senza ripetizione, generando una sequenza di combinazioni coreutiche in costante trasformazione; in una seconda soglia il visitatore può intervenire direttamente scrivendo attraverso l’alfabeto corporeo; nella fase più avanzata il sistema risponde in tempo reale alle domande degli utenti, trasformando le parole generate dall’intelligenza artificiale in nuove configurazioni gestuali che si dispongono nello spazio.

In questo continuo passaggio tra parola, gesto e immagine si costruisce il nucleo concettuale dell’opera, che non procede per opposizioni ma per traduzioni successive: ciò che nasce come linguaggio prende forma nel corpo e ritorna allo sguardo come figura temporanea, dando vita a un sistema aperto in cui algoritmo, performer e pubblico partecipano alla costruzione dell’esperienza.

Fortunata nasce all’interno del progetto Amménta, sviluppato con gli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria con l’obiettivo di costruire una mappa inedita tra Aspromonte e Stretto attraverso linguaggi video-performativi e interattivi. Il territorio diventa così un campo lessicale e simbolico, una matrice che orienta le parole generate dall’algoritmo e che restituisce al paesaggio una dimensione narrativa e sensibile.

Il progetto prende forma grazie a un lavoro collettivo che intreccia pratiche performative, sviluppo tecnologico e produzione audiovisiva: la coreografia e la performance sono affidate a Valeria Apicella e Matilde de Feo; l’interaction design e le tecnologie creative sono sviluppate da Michele Di Pasquale; il modulo algoritmico in Javascript e il sistema di intelligenza artificiale sono realizzati da Matilde de Feo insieme a Giovanni Mancini. La dimensione visiva è curata dalla fotografia di Federico Passaro con l’assistenza alla regia di Giuseppe Beneduce e gli interventi animati di Emilia Telios, mentre il paesaggio sonoro è firmato da Barbara De Dominicis e la post-produzione è realizzata da Simone Infante e Francesco Borruto. Il lavoro corporeo si sviluppa nello spazio del Pose Studio Cento2s.r.l.s e l’identità grafica del progetto è curata da Valentina Romeo. Fortunata di Matilde De Feo è tra i progetti di ricerca di Elena Bellantoni, Simone Bergantini, Luana Perilli, Fabio Sandri.

In un tempo in cui l’intelligenza artificiale viene spesso raccontata come un dispositivo capace di sostituire l’atto creativo, Fortunata riporta l’attenzione su un punto più sottile e forse più fertile, mostrando come il linguaggio possa ancora nascere dal corpo e come il segno, prima di fissarsi nell’immagine, continui a esistere nel tempo fragile e irripetibile del gesto.

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