Categorie: Arti performative

Other Identity #196, altre forme di identità culturali e pubbliche: Alessandra Zerbinati

di - 15 Marzo 2026

Tratta dall’omonima rassegna ideata dall’artista e curatore indipendente Francesco Arena, la rubrica OTHER IDENTITY – Altre forme di identità culturali e pubbliche vuole essere una cartina al tornasole capace di misurare lo stato di una nuova e più attuale grammatica visiva, presentando il lavoro di autori e artisti che operano con i linguaggi della fotografia, del video e della performance, per indagare i temi dell’identità e dell’autorappresentazione. Questa settimana intervistiamo Alessandra Zerbinati.

Alessandra Zerbinati, foto di Elisabeth De Bézenac

OTHER IDENTITY: Alessandra Zerbinati

Il nostro privato è pubblico e la rappresentazione di noi stessi si modifica e si spettacolarizza continuamente in ogni nostro agire. Qual è la tua rappresentazione di arte?

«Credo innanzitutto che sia un grande privilegio riuscire a esorcizzare i propri traumi con linguaggi altri, quindi con l’arte. L’intento della mia ricerca e del mio lavoro è quello di mettere a disposizione di tutte e tutti questo privilegio. Viviamo in una società che è un ricettacolo di censure, di obblighi morali che ci infondono sensi di colpa e grandi tabù, una società che ad ogni argomento scomodo risponde con il silenzio. L’artista ha l’opportunità di rompere questo silenzio e di farsi un po’ portavoce di quello che è un essere umano abusato, traumatizzato e abbandonato.

Quello che cerco di fare è mettere in scena tutto l’orrore che ho vissuto, in quanto credo che lo stesso orrore appartenga a moltissime persone, se non a tutte, e condividere l’inferno è una terapia fortissima, molto efficace per rispolverare quello che resta dell’empatia, cercando di combattere una contemporaneità sempre più egoica».

Performance “SHÖNĪ THE ÖFFSPRĪNG”, La Rochelle 2024, foto di Barouf Menzzoto

Creiamo delle vere e proprie identità di genere che ognuno di noi sceglie in corrispondenza delle caratteristiche che vuole evidenziare, così forniamo tracce. Qual è la tua “identità” nell’arte contemporanea?

«Credo di identificarmi con il reietto, con l’emarginato, con l’essere che tutti disgustano. Il grande paradosso è che la società ha creato questo essere schifoso, così ripugnante.
La domanda è: chi è il vero mostro?».

Quanto conta per te l’importanza dell’apparenza sociale e pubblica?

«L’apparenza sociale e pubblica non conta, ma ha un peso. L’insostenibile peso della superficialità. Soffro molto di questa ossessione per la ricerca di uno status sociale che ci porti a essere più cool e più seguiti senza dare in realtà importanza e valore alla sostanza. La continua corsa a un’immagine piena di sovrastrutture, l’ossessionante corsa a creare dell’hype intorno al proprio personaggio, non mi sembra vada molto d’accordo con l’onestà intellettuale, secondo me necessaria soprattutto in contesti di performance molto crude, molto violente, molto estreme, che non possono assolutamente convivere con il concetto di compromesso».

Performance “SHÖNĪ THE ÖFFSPRĪNG” , Shanghai 2024, foto di Elisabeth De Bézenac

Il richiamo, il plagio, la riedizione, il ready made dell’iconografia di un’identità legata al passato, al presente e al contemporaneo sono messi costantemente in discussione in una ricerca affannosa di una nuova identificazione del sé, di un nuovo valore di rappresentazione. Qual è il tuo valore di rappresentazione oggi?

«Come anticipato nella risposta precedente, per me il valore più importante è l’onestà comunicativa. Cercare di esprimere quello che abbiamo davvero vissuto, sperimentato, provato. Far attraversare al pubblico un tunnel che noi abbiamo attraversato nel buio e non accettare compromessi per arrivare chissà dove e chissà con chi. Esprimersi con l’arte deve essere innanzitutto una necessità e non una rincorsa a quello che può essere un po’ di fama, un po’ di successo, un po’ di soldi. Aprire i vasi di Pandora dei fruitori è una grossa responsabilità, responsabilità che bisognerebbe prendersi soltanto agendo nel modo più sincero e vero possibile. Non c’è nulla di male a lasciarsi ispirare da chi prima di noi ci ha mosso qualcosa dentro e non c’è niente di male nel fare progetti citazionisti, però sarò ripetitiva: sempre con onestà. Tutto il resto è conseguenza e l’artista deve sapere che le conseguenze del proprio lavoro possono essere anche molto difficili, molto dure. C’è un prezzo da pagare e più che soldi da guadagnare».

Performance “SHÖNĪ THE ÖFFSPRĪNG” , Shanghai 2024, foto di Elisabeth De Bézenac

ll nostro “agire” pubblico, anche con un’opera d’arte, travolge il nostro quotidiano, la nostra vita intima, i nostri sentimenti o, meglio, la riproduzione di tutto ciò che siamo e proviamo ad apparire nei confronti del mondo. mTu ti definisci un’artista agli occhi del mondo?

«Credo che la qualifica di artista sia per pochi eletti, per pochi geni. Quando uso questa parola so di sembrare altezzosa. Non lo faccio con leggerezza, ma più che altro per una facilità di comunicazione, per usare un linguaggio più semplice e diretto. Spero di arrivare a meritarmi anch’io questo grande attributo, ma prima di tutto mi chiedo qual è lo scopo principale di un artista. La mia personale risposta è quella di mettere nella testa delle persone più domande possibili. Da una mia performance vorrei che le persone uscissero con molte risposte in meno e molte domande in più, affinché si possa andare più in profondità nella ricerca di quelle che sono le risposte, che assolutamente sono personali».

Performance “CLITORAL AGGRESSION” International Noise Conference, Miami 2024, foto di Saudade

Quale “identità culturale e pubblica” avresti voluto essere oltre a quella che ti appartiene?

«Questa è una domanda difficile. Mi piacerebbe essere la versione migliore di me, nel senso che mi piacerebbe fare quello che faccio in modo molto più professionale, essere molto più brava sia da un punto di vista tecnico che finanziario; mi piacerebbe avere anche magari un po’ più di fondi da investire per gli strumenti e il materiale.
La mia risposta B invece è un po’ meno razionale: mi piacerebbe molto avere i super poteri dell’empatia, della gentilezza, dell’apertura mentale, in modo da eliminare dal mondo ogni forma di abuso, violenza, razzismo, maleducazione, egoismo e narcisismo, per ricordare che facciamo parte di una collettività, che abitiamo tutti il pianeta Terra e caghiamo tutti dal culo».

Performance “THE STORY OF CANDY’S SCUM AND LION’S MENSTRUATION”, Los Angeles 2024, foto di NoWork Records

Biografia

Alessandra Zerbinati, è una performer e noise artist italiana. Considerata tra le figure più controverse ed estreme del panorama italiano, le sue performance sono una sintesi di teatro, danza butoh, body marking e rumorismo. I suoi lavori di impegno civile affrontano temi come l’aborto, la violenza domestica, l’autolesionismo, la morte e l’abbandono attraverso un sistema di amplificazione del suono del corpo in movimento e l’uso di strumenti bizzarri da lei ideati e costruiti insieme all’amico David Alessandrini. Virale il loro THEREMINCHIA un theremin costruito all’interno di un dildo. Muscoli contratti, ossa scricchiolanti, pelle lacerata, voce, sangue, pipì, vomito, fluido vaginale, saliva, gli strumenti che l’artista usa per arrivare dritta alla coscienza del fruitore spolverando quello che resta dell’empatia di ogni individuo.

Negli anni, al suo fianco si sono visti nomi storici come Alessandro Cellai (Clock DVA e Pankow), Tomas Jarmir (ZU e Motorpsycho), Frank Falestra (produttore dei Marilyn Manson & The Spooky Kids), Giulio Ragno Favero (Teatro Degli Orrori, One Dimensional Man), Boris Wilsdorf (Einsturzende Neubauten).

Dal 2014 fa parte del collettivo MUSICA DISPERSA: WOMEN IN EXPERIMENTAL, con il quale porta le sue performance in tutta Europa. Dal 2017 è di casa all’ART BASEL, durante la settimana dell’arte di Miami (FL), e all’INTERNATIONAL NOISE CONFERENCE di Miami, uno dei festival noise più longevi e importanti del mondo.

Dal novembre 2019 è nelle scuderie Old Europa Cafè con un vinile e un DvD sold out in pochissimi mesi. Nel 2020 vola a Parigi: è tra i protagonisti del film documentario sul rumorismo A QUI VEUT BIEN L’ENTENDRE del regista francese Jerome Florenville presentato in Italia alla 62esima edizione del Festival dei Popoli. Nello stesso anno, in seguito alla sua partecipazione al LUFF – Lausanne Underground Film And Music Festival, il canale televisivo ARTE:TV le dedica un’intera intervista all’interno della trasmissione TRACKS.

Dal 2021 a oggi ha portato i suoi lavori a New York, Boston, Providence, Los Angeles, Miami, in Europa in Georgia, Berlino, Londra, Parigi, Le Mans, Barcellona e in Cina a Shanghai. Nel 2024 il fumettista Miguel Angel Martin le dedica un ritratto disegnandola durante una delle sue performance a Los Angeles. Collabora stabilmente con il fotografo Marco Parollo e con il produttore Giulio Ragno Favero ex membro del Teatro Degli Orrori e dei One Dimensional Man.

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