Silvio Coiante, performance a cura di a Giusy Emiliano, FAO Roma. Fotografia di Matteo Sala
La Food and Agricolture Organization of Unites Nations – FAO, in occasione della celebrazione del suo 80mo anniversario, ha ospitato, nella sede centrale a Roma, una performance di Silvio Coiante a cura di Giusy Emiliano. L’artista, recentemente in mostra alla Galleria La Nuvola di via Margutta, ha presentato, per la 13ma Plenary Assembly di Global Soil Partnership, un’opera che ha metaforicamente messo in dialogo le stratifcazioni del suolo con gli strati sovrapposti della carta, secondo la tecnica del papier collé (carta incollata).
La terminologia francese rimanda a un concetto di creazione mediante una sovrapposizione di frammenti incollati su un supporto, a evocare un susseguirsi metaforico di materiali e tempi. Nelle opere di Coiante compaiono spesso fisionomie antropomorfe, isolate e assolate, colte nella soglia di un presente che appare sospeso e persistente. Esse si espandono secondo un dinamismo librato, oppure vengono inquadrate in una quiete ieratica. Le zone interne dei volti fungono da regioni, la cui distinzione è il chiaroscuro, il cui confine è lo strappo. Tale gesto, interferente e incontrollabile, lascia spazio a una creazione striata nel suo valore estetico ed educativo.
In questa preziosa occasione, Coiante pone come soggetto la Mater Terra, personificata da una divinità senza genere. Forse un’Artemide che, avvolgente e autoritaria, sostiene i simboli e le icone cui tende, come il suolo e i suoi frutti.
«Durante la performance, l’artista rimuove progressivamente sette strati di carta applicati uno sull’altro. Il gesto, delicato e controllato, genera scarti simili a trucioli di legno, che – cadendo a terra – creano una doppia cornice naturale e cromatica. L’immagine, intesa come sedimentazione, si rivela lentamente, restituendo al pubblico una figura arcaica su un semicerchio che allude al globo. Lo sguardo assorto e le braccia intorno a una spiga di grano si fanno rimando ancestrale alla fertilità e alla cura», spiega la curatrice.
Il pubblico assiste e partecipa all’atto performativo che assume un valore anche sociale: è il risultato di un contratto implicito tra i presenti, una narrazione condivisa che contribuisce alla definizione di simboli antichi e di nuovi propositi, sostenibili e umani.
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