Monastero di Sant'Ilarione / Tell Umm Amer
Donald Trump ha deciso di ritirare gli Stati Uniti dall’UNESCO. L’annuncio, pubblicato il 22 luglio dal Dipartimento di Stato, è arrivato con motivazioni che ricalcano quelle già usate nel 2017: l’agenzia delle Nazioni Unite che promuove la cooperazione internazionale nei settori dell’educazione, della scienza e della cultura per contribuire alla pace e alla sicurezza, sarebbe colpevole di «Favorire la Palestina» e di alimentare un «Pregiudizio anti-Israele», in contraddizione con gli interessi della politica estera statunitense. Questa volta, a motivare ulteriormente il passo indietro, contribuiscono anche le tensioni sorte dopo le accuse rivolte da Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite, in merito alla guerra perpetrata dall’esercito israeliano contro Hamas e la popolazione civile di Gaza.
Il Dipartimento di Stato ha anche criticato l’adesione dell’UNESCO agli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, definendoli «Divisivi»: un’accusa che suona come una delegittimazione dell’impegno dell’organizzazione verso la lotta alla povertà, all’insicurezza alimentare e alla promozione dell’uguaglianza.
Già durante il primo mandato di Trump, gli Stati Uniti avevano sospeso i contributi finanziari all’UNESCO, in base a una legge del Congresso che vieta il finanziamento di organismi internazionali che riconoscono lo Stato di Palestina. Nel 2011, l’Organizzazione aveva infatti riconosciuto la Palestina come membro a pieno titolo, con una votazione durante la Conferenza generale a Parigi, che vide 107 voti favorevoli, 14 contrari, in particolare Germania, Canada e lo stesso Israele, oltre agli Stati Uniti, e 52 astensioni, tra cui Italia e Regno Unito.
Gli USA, contrari da sempre al riconoscimento internazionale dello Stato palestinese al di fuori di un accordo negoziato con Israele, risposero bloccando i finanziamenti. Da allora, la tensione è stata costante: nel 2017 Trump avviò il primo ritiro formale, mentre Joe Biden nel 2023 aveva cercato di ricucire lo strappo, rientrando e promettendo di saldare oltre 600 milioni di dollari di arretrati.
Ma il nuovo dietrofront fa ripiombare la situazione indietro nel tempo. Gli Stati Uniti, pur restando tecnicamente membri fino al 2026, interromperanno di nuovo il loro contributo economico, che copre circa l’8% del bilancio complessivo. Tuttavia, come ha sottolineato la direttrice generale Audrey Azoulay, «Dal 2017 i contributi privati all’UNESCO sono raddoppiati», segno che l’organizzazione può contare su un sostegno più ampio e meno dipendente dai governi.
Tra i punti più delicati di questa frattura vi è il lavoro che l’UNESCO svolge nell’ambito dell’educazione alla memoria. L’agenzia è infatti l’unico braccio operativo dell’ONU impegnato direttamente nella lotta all’antisemitismo e nella promozione dell’educazione sull’Olocausto, un impegno riconosciuto anche da organizzazioni filo-israeliane come il World Jewish Congress. «L’UNESCO ha aiutato 85 Paesi a implementare strumenti per educare studenti sull’Olocausto e combattere il negazionismo e l’odio», ha dichiarato Azoulay, ribadendo che queste missioni continueranno «Nonostante le risorse inevitabilmente ridotte». Paradossalmente, quindi, l’organizzazione accusata di “pregiudizio anti-Israele” è anche quella più attiva nella conservazione della memoria delle persecuzioni ebraiche.
L’UNESCO è anche in prima linea nella protezione dei beni culturali in contesti di crisi: ha agito dopo i saccheggi al Museo Nazionale del Sudan durante la guerra civile, ha sostenuto la ricostruzione di Palmira in Siria, ha contribuito alla tutela del patrimonio nelle zone terremotate e nei territori occupati. In Palestina ci sono poi tre siti riconosciuti come Patrimonio dell’umanità dall’UNESCO: la Città Vecchia di Gerusalemme con le sue mura e Tell Es-Sultan (Gerico), oltre al Monastero di Sant’Ilarione / Tell Umm Amer, a Gaza, aggiunto alla lista dal 2024.
Azoulay ha comunque assicurato che l’Organizzazione continuerà a operare mantenendo il dialogo con partner americani accademici e non profit e «Proseguendo il confronto con l’amministrazione e il Congresso».
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