Categorie: Attualità

Olimpiadi, tregue e conflitti: quanto è neutrale la rappresentazione sul campo di gara?

di e - 20 Febbraio 2026

La parola greca “ekecheiria è uno di quei termini difficili da trasporre in italiano senza un giro di parole: non significa pace e neanche – per lo meno non totalmente – corrisponde alla parola tregua per come la intendiamo noi oggi. Letteralmente vuol dire “trattenere la mano”, fermare il gesto che impugna l’arma e deriva da ἔχειν, “tenere”, e da χείρ, “mano”: un arresto temporaneo dell’atto violento, non la sua cancellazione. Era però un istituto non solo giuridico ma anche fortemente religioso e, per questo, carico di significati ancora più pregnanti e distanti dalla nostra società.

La tregua alle Olimpiadi: cos’era l’ekecheiria

Nell’antica Grecia, la tregua olimpica era dunque una sospensione rituale, proclamata prima dei Giochi, che garantiva ad atleti e spettatori un passaggio sicuro verso Olimpia. Le guerre continuavano altrove ma qui si apriva un varco, uno spazio riconosciuto, fragile ma preservato. È dentro questa distanza – tra neutralità proclamata e conflitto persistente – che si colloca anche il caso dello skeletonista ucraino che ha segnato i Giochi di Milano-Cortina 2026.

Le fonti antiche non raccontano la tregua come un’utopia pacifista ma come un’istituzione proclamata prima dei Giochi e fondata sull’autorità religiosa del santuario di Zeus. Durante quel periodo, l’accesso a Olimpia doveva restare libero.

Tucidide ricorda che la tregua poteva essere infranta e che proprio per questo aveva valore politico. Nel conflitto tra Elide e Sparta, l’accusa di aver violato l’ekecheiria ci dà la conferma che la funzione della tregua fosse quella di fungere da parametro condiviso nei rapporti tra le poleis, in quanto norma riconosciuta. Pindaro, ad esempio, celebra nelle Olimpiche i Giochi come tempo sottratto all’ordinario: una competizione è inscritta in un ordine più ampio, affidato agli dèi.

Oplitodromia ritratta in una anfora panatenaica a figure nere, 323-322 a.C.

E se l’ekecheiria greca tratteneva la mano armata per consentire il rito, la neutralità contemporanea trattiene parola e immagine per preservare lo spazio di gara. Cambiano le forme ma rimane una tensione che però ha perso, in qualche modo, tutto quel terreno religioso condiviso che, forse, rendeva più facile la traduzione universale di un concetto.

Il casco di Vladyslav Heraskevych e la Regola 50

Vladyslav Heraskevych, skeletonista ucraino, si è presentato in allenamento sulla pista di Cortina con un casco raffigurante i volti di oltre venti sportivi e allenatori uccisi dall’inizio dell’invasione russa del 2022. Come dichiarato dall’atleta, il suo voleva essere un gesto di commemorazione e non di propaganda politica ma per il CIO – Comitato Olimpico Internazionale, si è trattato di una violazione della Regola 50 della Carta Olimpica, che vieta qualsiasi forma di dimostrazione politica, religiosa o razziale nei siti di gara.

All’atleta è stata proposta un’alternativa, una fascia nera al braccio, ma Heraskevych ha rifiutato: «La striscia nera al braccio? No, indosserò il casco», ha dichiarato. E ancora: «Credo sinceramente di non aver violato alcuna legge né alcuna regola. Questo casco non viola la Regola 50 più di quanto lo facciano altri segni utilizzati da altri atleti. La decisione del CIO su questo tema è una sorta di circo».

Dopo le sessioni di allenamento dell’8, 9 e 10 febbraio è arrivata la squalifica. Il ricorso alla Divisione ad hoc del Court of Arbitration for Sport è stato respinto: l’arbitro unico si è dichiarato «Pienamente solidale» con il gesto ma vincolato alle linee guida del Comitato.

Vladyslav Heraskevych

Sulla vicenda è intervenuto anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky: «Lo sport non significa indifferenza e il movimento olimpico dovrebbe contribuire a fermare le guerre non assecondare l’aggressore. Purtroppo la decisione del Comitato Olimpico Internazionale di squalificare lo skeletonista ucraino Vladyslav Heraskevych parla di altro. Questo non è certo in linea con i principi base delle Olimpiadi che si basano sulla giustizia e sul sostegno alla pace».

Heraskevych ha ribadito: «Credo che dobbiamo continuare a lottare per i nostri diritti. Oggi sono con me alle Olimpiadi. Voglio mostrare al mondo quanto grandi siano i sacrifici in Ucraina e ricordare che la guerra è terribile».

Il caso del telecronista svizzero

La tensione tra neutralità proclamata e conflitto geopolitico si è estesa anche al piano della narrazione mediatica. Durante la gara di bob a due, il telecronista della Radiotelevisione svizzera francofona – RTS, Stefan Renna, ha utilizzato l’intera discesa dell’equipaggio israeliano per richiamare pubblicamente alcune dichiarazioni social di Adam Edelman, atleta nato a Boston e rappresentante di Israele, definito – e autodefinito – come acceso sostenitore delle operazioni militari a Gaza. Renna ha citato post in cui Edelman qualificava l’intervento israeliano come «La guerra moralmente più giusta della storia» e ha ricordato come le linee guida del CIO prevedano l’esclusione degli atleti che sostengono attivamente conflitti armati, sollevando una questione di disparità di trattamento rispetto ad altri casi.

A seguito della telecronaca, l’OCI – Comitato Olimpico Israeliano ha presentato un reclamo formale a RTS, chiedendo scuse pubbliche e una revisione del ruolo del commentatore nella copertura dei Giochi. L’emittente ha rimosso la registrazione dal proprio sito, pur difendendo il proprio dipendente. Il direttore dell’OCI, Gili Lustig, ha definito le dichiarazioni «Unilaterali, politiche e provocatorie», ritenendole inappropriate per una piattaforma olimpica.

Adam Edelman

Anche in questo caso, il nodo è simbolico, la neutralità olimpica si confronta con l’impossibilità sostanziale di separare l’arena sportiva dalle prese di posizione pubbliche degli atleti e dal contesto internazionale in cui i Giochi si svolgono. Se nel caso di Heraskevych la sanzione ha colpito un segno visivo, qui la questione investe la parola, la cornice narrativa e il diritto – o meno – di contestualizzare le biografie degli atleti.

Quando la neutralità si incrina

Le Olimpiadi moderne hanno recuperato il lessico della tregua antica ma ne hanno mutato contesto e dunque, inevitabilmente, anche la traduzione. Dal 1993, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite approva a ogni edizione una risoluzione che invita gli Stati a osservare la tregua dal settimo giorno prima dell’apertura al settimo giorno dopo la chiusura dei Giochi, un invito che non è in alcun modo vincolante per i Paesi. Appare amaramente ironico, infatti, che l’invasione dell’Ucraina a opera della Russia sia cominciata durante il periodo di tregua delle Olimpiadi del 2022.

Nessuna guerra recente si è fermata in epoca moderna per effetto di una risoluzione olimpica e la tregua sopravvive nel linguaggio ma non come strumento operativo, come ideale che struttura il racconto dei Giochi più che la realtà geopolitica che poi, attorno a quei giochi, effettivamente permane. Ha quindi senso, al giorno d’oggi, pretendere una depoliticizzazione dei Giochi nell’ambito dei conflitti, se le Olimpiadi moderne non hanno mai avuto l’effettiva volontà – o capacità – di porre una vera distanza con quegli stessi conflitti?

La storia olimpica e, in generale, quella sportiva – come nel caso della presenza di Gianni Infantino, presidente della FIFA, al cosiddetto Board of Peace di Gaza -, non è mai stata impermeabile alla politica. Le Olimpiadi di Berlino del 1936 furono una vetrina per il regime nazista, quelle di Monaco del 1972 segnarono lo spostamento del conflitto proprio nel Villaggio olimpico, quelle di Mosca del 1980 e di Los Angeles del 1984 trasformarono i Giochi in un terreno di boicottaggi incrociati nel pieno della Guerra fredda. Ogni volta la neutralità è rimasta un principio dichiarato ed è stata messa alla prova dai fatti.

Naoto Tajima, Jesse Owens e Lutz Long. Olimpiadi di Berlino del 1936

In questo senso, il casco di Heraskevych e la telecronaca di Renna non introducono la politica nello sport ma rendono visibile una tensione che attraversa i Giochi da sempre. La struttura alla base della Rule 50 è stata scritta e aggiunta alla Carta Olimpica – nella sua prima forma – nel 1975 ma il principio stesso che sta alla base dei Giochi per come li percepiamo noi, come società moderna, è ormai intriso di consapevolezze ed equilibri consolidati ormai da oltre un secolo di pratica.

Artisti contemporanei e Olimpiadi

Dunque, nonostante le Olimpiadi continuino a proporsi come un possibilità di riconciliazione globale, è chiaro che questa tregua sia solo apparente e funzioni più attraverso la rimozione di certi simboli che attraverso effettive risoluzioni. Ed è forse proprio l’arte contemporanea ad aver reso evidente la natura profondamente problematica di questa promessa.

Uno dei casi più emblematici in questo frangente resta senza dubbio quello del celebre artista e attivista cinese Ai Weiwei, il cui rapporto con le Olimpiadi è tanto complesso quanto significativo. Nel 2008, in occasione delle Olimpiadi di Pechino, Weiwei ha infatti collaborato con lo studio svizzero Herzog & de Meuron e con il cinese Li Xinggang alla progettazione dello Stadio Nazionale di Pechino. Il risultato è il cosiddetto stadio Nido d’uccello, destinato a diventare l’icona architettonica dei Giochi del 2008, riconosciuto in tutto il mondo per la sua struttura a trama reticolare.

Tuttavia, già prima dell’inaugurazione, Ai Weiwei prese pubblicamente le distanze dal progetto, rifiutando addirittura di partecipare alla cerimonia di apertura e denunciando le Olimpiadi come una forma di propaganda statale. Nonostante il coinvolgimento iniziale, in diverse interviste, l’artista ha infatti definito i Giochi come un “fake smile”, un sorriso artificiale rivolto alla comunità internazionale per mascherare la repressione interna e le violazioni dei diritti civili.

Per Weiwei, dunque, la cosiddetta “tregua olimpica” e le manifestazioni che ne susseguono non sarebbero altro che un’illusione: uno spettacolo attentamente coreografato che non ferma davvero guerre e soprusi, ma che si limita a veicolare l’apparenza di pace ed equilibrio. In aggiunta a questo, sono stati molti gli artisti e intellettuali avevano denunciato il ruolo dei Giochi del 2008 nella normalizzazione internazionale del governo cinese.

Stadio Nazionale di Pechino

Questa ambivalenza si ripresenta anche nel contesto delle Olimpiadi di Londra del 2012, dove il massiccio programma culturale ufficiale — la Cultural Olympiad — fu accompagnato da una serie di proteste artistiche e di interventi critici. In particolare, la trasformazione dell’East London in parco olimpico implicò processi di gentrificazione e riconfigurazione dello spazio urbano che numerosi artisti e collettivi denunciarono apertamente. In risposta a questo, il Counter Olympics Network, insieme ad altri gruppi di artisti e attivisti, organizzò performance e azioni pubbliche per rendere visibili le infrastrutture di controllo che accompagnavano i Giochi, inclusa la presenza di sistemi missilistici installati sui tetti di edifici residenziali.

In questo clima, opere come Sacrilege (2012) di Jeremy Deller — una replica gonfiabile e attraversabile di Stonehenge — assumevano una valenza che eccedeva la dimensione ludica. Trasformando un monumento nazionale in una struttura temporanea e instabile, Deller metteva in scena una forma di desacralizzazione che risuonava con la riconfigurazione simbolica operata dalle Olimpiadi stesse.

Jeremy Deller, Sacrilege

Le Olimpiadi appaiono così come un dispositivo estetico totale, in cui ogni elemento contribuisce alla costruzione di una narrazione coerente. Ma è proprio questa coerenza a costituire il bersaglio privilegiato dell’arte contemporanea, che interviene per renderne visibili le contraddizioni.

In questo senso, episodi recenti che vedono gli atleti diventare oggetto di sanzioni o controversie per gesti apparentemente marginali rivelano la fragilità di questa costruzione e i casi emersi da queste ultime olimpiadi invernali sono emblematici di ciò. Il corpo olimpico, lungi dall’essere neutrale, rimane uno spazio intensamente regolato, in cui ogni segno può acquisire una valenza politica. L’arte, da parte sua, continua a operare in prossimità di questo spazio.

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