© Associated Press/Alamy Stock Photo
La storia insegna che i musei non sono mai spazi neutrali. Lo si comprende immediatamente rileggendo alcuni dei capitoli più drammatici del Novecento, quando regimi autoritari e potenze imperiali hanno spesso usato la cultura come strumento di legittimazione politica e riscrittura del passato, dalla Germania nazista, che trasformò le esposizioni d’arte in dispositivi ideologici – celebre la mostra itinerante sulla cosiddetta “Arte degenerata” del 1937 – all’Unione Sovietica, dove musei e monumenti venivano usati per costruire una narrazione eroica e selettiva della storia nazionale. Più recentemente, casi come il Museo della Guerra Patriottica a Mosca o le celebrazioni museali del colonialismo in varie nazioni europee, mostrano come la memoria venga spesso “curata” per adattarsi a un racconto ufficiale.
È in questo contesto che può essere letta anche la recente apertura del museo Pole Bitvy nella città occupata di Mariupol, in Ucraina. Dietro le sembianze di un progetto culturale, infatti, si nasconde una narrazione che molti considerano un’operazione di propaganda e di revisionismo della memoria. Le sale del museo sono dedicate a celebrare l’invasione russa e i suoi risultati: soldati russi vengono esaltati come «Liberatori», mentre la tragedia vissuta dalla popolazione viene dipinta come conseguenza di una «Aggressione ucraina». Alla cerimonia d’inaugurazione, un senatore russo ha dichiarato che il museo rappresenta «Un simbolo della liberazione della città dal neonazismo», un riferimento ricorrente nella propaganda ufficiale di Mosca.
Mariupol è stata teatro di uno dei capitoli più devastanti della guerra in Ucraina, in primis dal punto di vista umano ma anche senza dubbio da quello culturale. Molti dei suoi musei— tra cui il celebrato Kuindzhi Art Museum — sono infatti stati ridotti in macerie, con migliaia di opere rubate o trafugate. Secondo le autorità ucraine, nel 2022 le forze russe avrebbero sottratto più di 2mila opere dai musei della città, trasferendole in territori sotto il loro controllo. Tra queste, figurano numerosi capolavori della scuola locale e dipinti storici, molti dei quali presumibilmente spariti o venduti sul mercato nero.
In questo contesto, l’apertura di Pole Bitvy assume i contorni di un atto di appropriazione culturale, un tentativo di “ricostruzione” che cancella le tracce del passato per imporre una nuova versione della storia, costruita ad hoc. Non a caso, lo spazio del museo — un ex hub di innovazione che ospitava uffici del partito ucraino oggi disperso — è stato ristrutturato e strumentalizzato come simbolo del nuovo ordine di occupazione.
Non è un caso che, insieme al museo, le autorità russe abbiano annunciato la riapertura del teatro cittadino, distrutto nel 2022 da un bombardamento che colpì centinaia di civili rifugiati dentro l’edificio.
Secondo le autorità ucraine, “ricostruire” quei luoghi come se nulla fosse accaduto significa banalizzare una tragedia, cancellare le prove dei crimini di guerra e provare a “normalizzare” l’occupazione. Un gesto che molti definiscono una provocazione postuma ai sopravvissuti e un insulto alla memoria delle vittime.
Non è la prima volta che musei e istituzioni culturali vengono usati come arma di guerra, non solo militare o economica ma simbolica. Fin dal 2024 le autorità moscovite hanno promosso una vera e propria “offensiva museale”, con l’obiettivo di riscrivere la storia del conflitto e legittimare l’occupazione attraverso mostre, istituzioni e narrazioni controllate. L’apertura di Pole Bitvy a Mariupol rientra in questo disegno: un museo non per ricordare o preservare la memoria, bensì per plasmarla secondo una logica di potere e di controllo dell’immaginario.
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