Ritardi e Rivoluzioni non documenta uno stato di fatto ma il processo di trasformazione con cui l’arte radica e legittima la propria natura sovversiva nel déjà vu. La dinamica evocativa dell’opera d’arte si alimenta dell’immaginario e della memoria collettiva e non ha mai un andamento cronologico lineare; segue invece percorsi tortuosi, fatti di rinvii e rimandi, deviazioni e repliche, rewind e sincopi.
L’idea è suggestiva ed interpreta in modo convincente il concetto di tempo di matrice postmodernista, accostando efficacemente la metamorfosi pittorica (1982-1983) di Robert Gober con il dinamismo dell’Autostrada (2002-2003) di Bayrle, struttura modulare in progressiva generazione. Così pure Opposing mirrors…, la cui prima
7 ends of the world (2003) di Tobias Rehberger è una selva di pastiglioni colorati e sintesi evocativa delle luci metropolitane del pianeta; Carmit Gil, con analoga prassi riduttiva, costruisce uno scheletro di Bus (2002) che forzatamente la didascalia riferisce agli attentati mediorientali ma che è innanzitutto struttura geometrica universale.
L’idea della replica governa la riproposizione/sovrapposizione di Gmelin, che rimette
Insomma un percorso non guidato che coinvolge quasi 50 artisti, che quand’anche non si esprimano al meglio, come Hammons o Gabellone, sono salvati da un buon impianto concettuale.
Qualche sbavatura si denota nell’utilizzo più promozionale che di effettiva congruità di almeno un paio di star internazionali. La bellissima vetrina di pillole di Damien Hirst è una sorta di bell’intervallo, mentre dei nuovi disegni di Mattew Barney è fatto un uso indiscriminato:
Significativi il ritratto a Merz di Tacita Dean, il tributo a Carol Rama, la vibrante pittura di Glenn Brown, il campionario di parrucche vintage di Gallagher, il video ascensore di Jonas Dahlberg, l’assurda aggregazione di Noland e la stanza d’alluminio di Stingel, naturale depositaria di tracce di memoria.
Una critica decisa va fatta allo stato del Padiglione Italia, che si presenta a mezzo mondo in stato di evidente degrado, con pareti sbrecciate, calcinacci negli angoli, crepe ovunque, pavimenti sollevati, allestimenti alla carlona con fili scoperti e prolunghe multicolore, mentre all’esterno la fanno da padrone porte arrugginite e immondizie ammonticchiate. Vergognoso che 2 euri del budget non potessero essere spesi per il decoro dello storico edificio.
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