Olafur Eliasson (n. 1967) non poteva che troneggiare a Venezia. Jacopo Tintoretto e i suoi colpi di luce sono nell’anima della città. Tra i canali cogliamo il bianco scintillare che scivola sull’acqua, con il ricordo di certi effetti luministici di fine Cinquecento.
La luce e il colore sono i capisaldi della scuola veneziana. La città accoglie con inevitabile successo l’artista danese alla Biennale, che con la luce gioca e sorprende. Già presente nel 1999, in questa edizione è il protagonista del padiglione nazionale. Ma non solo. Nel panorama dell’intera mostra la sua presenza fa un po’ da faro nella notte. Si entra nello spazio espositivo della Danimarca ai Giardini e ci si trova catapultati in un ambiente senza appigli: frammentato in mille sfaccettature irre
Il percorso attraverso le altre sale conferma le prime impressioni. In una stanza tutto si colora di arancione e nell’altra osserviamo l’esterno tramite un buco sul soffitto rivestito di specchi. Ogni passo contribuisce a proiettarci in una nuova realtà, in cui la nostra percezione affonda su regole nuove.
Secondo Eliasson la natura non esiste di per se, ma coincide con il nostro modo di guardarla. Attraverso i secoli le modalità di visione dell’uomo si sono trasformate infinite volte, influenzate anche dalle rappresentazioni degli artisti. Per il singolo, il modo di percepire può sembrare così naturale da far pensare che l’esterno sia proprio come si vede. Eppure non è così.
Al di là del nostro schema di osservazione, esiste una natura che non conosciamo. Senza renderci conto della limitatezza degli strumenti che abbiamo in mano -o meglio nella rètina e nel cervello- non potremo mai riuscire ad oltrepassare il limite percettivo e culturale. L’arte ci toglie il velo dagli occhi e disvela una nuova realtà. Fuori dalle convenzioni.
silvia bottinelli
visto il 14 giugno 2003
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certo che questo Olafur pensa proprio bravo,
sembra proprio filosofo .
mi ha scompaginato intere tutte le mie vere certezze che ho sul serio.
il padiglione che ricordo con maggiore spigolosità..unico perchè nel riflesso la mia immagine è ovunque cada lo sguardo e non...