Categorie: biennale 2007

biennale_opinioni | La Biennale che non t’aspetti

di - 27 Luglio 2007

Lungo testo in catalogo a firma del direttore/curatore. Stigmatizzate le molte antinomie che compongono la più frusta delle griglie ermeneutiche (“mente contro corpo, ragione contro irrazionalità, pensiero contro sensazione, approccio critico contro approccio intuitivo, intelletto contro sensi, concettuale contro percettivo”), Robert Storr mette in salvo le prerogative dell’opposizione che, in materia di tempi di fruizione dell’opera d’arte, vedrebbe contrapposti e irriducibili da una parte l’“impegno” e dall’altra l’“incanto”. Semplificazione non meno grossolana delle altre. Ma anche, nella fattispecie, puntiglio curiosissimo. Un po’ perché la sua mostra è concepita e allestita senza sovraccarichi (unica eccezione, lo splendido sceneggiato di Yang Fudong); un po’ perché l’impegno e l’incanto, benché in un’altra accezione, sono proprio le due polarità sulle quali essa si fonda e insieme s’inceppa. Il fatto è che Pensa con i sensi / Senti con la mente. L’arte al presente ha il difetto che non t’aspetti: è carente delle tanto attese (perché sbandierate) opere-crocevia, avarissima di episodi in cui il resoconto e il dispositivo se ne stanno reciprocamente avvinti in modo serrato e strutturante. Da questo punto di vista l’andirivieni tra Giardini e Arsenale si rivela ben presto un magro, seppur agile, brancolare: in poche, pochissime occasioni ci si salva dalla sensazione della mostra soltanto divaricata, di uno iato tra mera apertura sul mondo e colta investigazione autoriflessiva che resta tale per mancanza di colpi indirizzati al centro, di una partitura inchiodata tra i due estremi del referenzialismo spinto di tanta produzione documentarista e dell’estetica alogica del minimalismo in versione ambient o di certo orfismo pittorico piuttosto fifties.

È un percorso che quasi non offre soste. Da un lato ci sono gli still carpiti alla tv durante il bombardamento di Belgrado del ‘99 (Zoran Naskovski), i fiori in via di estinzione fotografati in Marocco nella penisola tingitana (Yto Barrada), le esercitazioni che i medici israeliani svolgono utilizzando dei manichini (Tomer Ganihar), i ritratti –ineccepibili– dei capi religiosi di Gerusalemme e della giovane musulmana protagonista del film Il cerchio (Y. Z. Kami, Riyas Komu). E ancora: le prigioni australiane con le loro sterminate cancellate (Rosemary Laing), le garitte che dagli anni ‘90 connotano il paesaggio urbano in Brasile (Elaine Tedesco), i documentari sui militari e sui loro golpe (Neil Hamon, Pavel Wolberg, Melik Ohanian), i 3.300 disegni circa con le effigi dei morti americani in Iraq e Afghanistan (Emily Prince). Sull’altro versante, agli antipodi, c’è il nutrito blocco dei maestri del “dipingere la pittura” e della vertigine analitica o processuale (tra i quali includiamo volentieri Giovanni Anselmo), in effetti non tutti riconosciuti come tali e acclamati universalmente, ai quali è stata spesso riservata una grande sala a testa: Robert Ryman, Fred Sandback, Gerhard Richter, Ellsworth Kelly, Sol LeWitt, Thomas Nozkowski, Raoul De Keyser, Waltércio Caldas.

Questo il quadro generale, al cui riequilibrio è certamente mancato l’apporto –figurarsi il traino– degli attesissimi fuoriclasse mid career. Deludono infatti un po’ tutti Raymond Pettibon, Pierre Huyghe, Ilya & Emilia Kabakov, Francis Alÿs, Philippe Parreno, coloro che avrebbero potuto irrobustire il raccordo fra le due anime della mostra. Chi dispensando repliche in luogo di conferme, chi proponendo lavori pretenziosi anziché massimalisti, chi –viceversa– riparando nel riduzionismo più risicato.
Insomma, scarseggiano le giocate di metà campo, gli interventi complessi in cui il messaggio allarmato e inequivoco è al di qua della visione formalizzata che instaurano. Peccato. Perché “incantare” con l’impegno è ovviamente possibile. E apprezzabile, a meno che della meraviglia non si abbia una concezione cosmetica. Ci riescono in pieno, ad esempio, Steve McQueen e Tatiana Trouvé: l’inglese con un video tiratissimo (Congo project) in cui trasforma in meccanismo visivo in sé compiuto il succedersi delle due location in cui si estraggono e si raffinano i diamanti, infilando la drammatica distanza tra nord e sud del mondo in un chiasmo secco e di respiro cinematografico (il lavoro duro nelle profondità della terra, quello sofisticato svolto da un’apparecchiatura di infernale esattezza); la francese mettendo a soqquadro uno spazio di reclusione che si direbbe post-11 settembre, in perfetto equilibrio tra concentrazione poverista e raggelante sbrigliatezza iperreal.

Ottime prove dello stesso tenore e di pari densità sono quelle di Kim Jones, con un limpido war/wall drawing in cui la progressione bellica viene cartografata come viziosa circolarità concettuale; di Marine Hugonnier, che ha trasferito gli stilemi aniconici della grande astrazione modernista sulle prime pagine di un quotidiano palestinese (nella circostanza, ritagliando e ricontestualizzando i frammenti di illustrazioni da un libro di Ellsworth Kelly); di Nedko Solakov, che ha ritratto micidiali armi di recente fabbricazione bulgara come fossero personaggi destinati alla numismatica. Ma si tratta, appunto, di episodi. Ed è chiaro che in partite come questa, che si vincono o si perdono a centrocampo, un pareggio stirato non è certo il massimo.

pericle guaglianone
mostra visitata il 7 e l’8 giugno 2007

[exibart]


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  • e bravo Pericle: potevi sparare sulla croce rossa e invece hai redatto una bella recensione, un interessante punto di vista.

  • ragazzi, Pericle è come il rasoio di Ockham. E tutti gli altri gli fanno un baffo!

  • Sinceramente alla recensione nuda e cruda ho badato ben poco. Mi sono persa mi sono persa nell'estasi estetica provocatami dal tuo eloquio. Ottimo Pericle!

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