Spira un vento di novità da est. Come da alcune Biennali a questa parte, i padiglioni della Nuova Europa riservano sempre non poche sorprese. Si parte dal Padiglione Albanese, presso Palazzo Malipiero. Nel congegno espositivo progettato da Bonnie Clearwater, spicca l’opera di Helidon Gjergji, uno scontro tra uomo e natura, svolto con consapevolezza alla Naum June Paik, attraverso la “preparazione” fluxus di televisioni rivestite di strati di sabbia, fino a creare un cortocircuito reale e di senso e a trasformare la figurazione mediatica in astrazione. La Serbia propone, invece, la scultura di Mrdjan Bajic, scelto dall’artista Vladimir Velickovic, e selezionato dalla giovanissima curatrice Maja Ciric. Le sue opere, strazianti incontri scultorei di materiali dalle epidermidi contrastranti, di volumi dalle nature opposte, di volti traditi e corpi astratti, rivelano la desolazione di un disagio che è sociale, politico, ma anche culturale, il tentativo di ricostruire un’identità a 360 gradi che non coincida con la violenza o l’intolleranza. Ugualmente interessato al discorso sull’identità, ma con un approccio che concerne la tradizione, è Nikos Alexiou, presentato dal curatore Yorgos Tzirtzilakis. Partendo dalla sua indagine sulla ripetizione, sulle forme modulari, l’artista fa risalire la sua installazione per la Biennale ad un mosaico del X sec. a. C. che egli ha studiato per due anni e da cui ha ricavato il senso escatologico cui si deve il nome dell’installazione, The end. La solidità della Storia, della sua persistenza nel tempo si contrappone inoltre ironicamente all’utilizzo di materiali fragili ed effimeri che fanno parte della poetica dell’artista e che restituiscono del mosaico ispiratore la semplice idea platonica. Pravdoliub Ivanov, Ivan
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