Pavicevic, nato a Cetinje in Montenegro nel 1950, e Oleg Kulik, nato a Kiev, in Ucraina, nel 1961, sono i due artisti selezionati in rappresentanza della Repubblica Federale di Yugoslavia per il prestigioso appuntamento lagunare.
La scelta del curatore Peter Cukovic è caduta su due artisti che hanno già una carriera consolidata e che vengono indicati come artisti di rottura, votati ad una prassi di critica alla società contemporanea.
Forse vale la pena di analizzare le opere in mostra chiedendosi: cosa vale, cosa conta per l’uomo? In massima parte si potrebbero dire gli affetti e la terra (e con essi la cultura, le radici), infine l’immagine di tutto ciò, i ricordi. In verità si dovrebbe dire che tale concetto nasconde la naturale esigenza di autodeterminazione: in somma, ciò che conta è dunque acquisire consapevolezza di appartenere (ad pars), di essere con una parte, con una tribù e, all’interno di essa, di acquisire significato, un ruolo.
Gli oggetti e le foto di Pavicevic sono tutto ciò: semplicemente brandelli e tracce di una appartenenza, di un apparentamento. Sono ricordi d’infanzia o cassetti dove nascondere segreti e privati oggetti della memoria, sono topoi di un immaginario collettivo nei quali ognuno di noi può riconoscersi, perché ognuno di noi ha i propri ricordi, i propri cassetti, i propri segreti. Le opere di Pavicevic mostrano l’album dei ricordi come flash back, prove di una vita vissuta, con le proprie gioie e le proprie tragedie: “non c’è arte senza dramma….”
E’ il sottile gioco della malinconia e della memoria quello che mette in scena l’artista, ma senza cadere nell’ovvio o nella retorica, giacché appare fortissima soprattutto l’intenzione dell’auto affermazione, della difesa strenua del proprio essere, del proprio esistere; la difesa, non di un luogo ma di una presenza, di un esserci ad ogni costo.
Di Kulik si potrebbe dire a lungo, ci limiteremo però ad analizzare la serie delle opere presenti dal titolo Windows. Sono immagini fotografiche di grandi dimensioni che riproducono paesaggi montenegrini. In quelle foreste si celano, trasparenti come fantasmi, uomini ed animali, naturalmente accompagnati. La superficie riflettente consente allo spettatore di farsi esso stesso fantasma ed abitare questi luoghi: riflesso sulla superficie specchiante egli va ad infoltire le fila delle presenze nella foresta misteriosa.
Kulik stabilisce un orizzonte: di qua il nostro mondo urbanizzato e tecnologico, di là la foresta, l’ignota natura, il paradiso (o l’inferno?). In mezzo lo strappo, in mezzo stanno i fantasmi. Tra l’al di qua e l’al di là si cristallizzano effimere presenze, sospese tra vita e morte, non foss’altro per quell’esatta sensazione di trovarsi di fronte alla vetrina di un tassidermista.
Già, perché superata l’iniziale suggestione suscitata dalla lussureggiante ed intatta foresta, non resta che tornare in se stessi e prendere consapevolezza di quel sogno in scatola, dello spot patinato, della finzione e dell’illusione scoperta nella fissità degli sguardi e nelle membra inerti delle figure rappresentate, che sembrano bloccate in una posa innaturale, artefatta. E’ il sogno tradito, l’inganno del miraggio; dietro tutto ciò si cela l’utopia della cultura moderna che regala solo una vita apparente, imbalsamata, infine la morte.
Di nuovo: “non c’è arte senza dramma…”
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