Sono frazioni millesimali di un tempo in continuo movimento, i punti di una linea retta della vita, scomposti dall’unità narrativa dello svolgersi del tempo, ingigantiti fino a diventare sfocati. Ritagli di elementi sfuggenti, semplici ma non per questo meno degni di essere immortalati. È immediata la sensazione di pacata tranquillità che scaturisce dalle opere di Alessandro Giusberti (1955, Bologna), una quiete che, in contrapposizione alla tecnica e alla resa pittorica, deriva soprattutto dalla freschezza e dalla familiarità dei luoghi rappresentati. Vi sono angoli nascosti scovati durante i suoi lunghi viaggi insieme ad altri immediatamente riconoscibili, luoghi tipici da cartolina, come le vedute di Londra coi suoi autobus rossi.
E in queste ville lumiere tremolanti di luce e di nebulosità indistinte si può sentire il sottile scorrere del tempo, espresso tramite un tratto indefinito e pennellate veloci da novello impressionista. Da artista attratto, come Toulouse-Lautrec, dal cuore pulsante della vita e della civiltà moderna. Ma è una vita che corre troppo veloce, anche più della sua mano, impossibilitata a catturarla. Sono scatti fatti in fretta, foto venute mosse, poiché non c’è il tempo di soffermarsi. È un carpe diem destinato al fallimento, un futurismo forzato dalle contingenze esterne, dalla vita in cui l’artista è immerso e che tenta di rappresentare. Ma, al contrario del suo illustre predecessore d’inizio secolo, non si fa portavoce di questi valori, non li esalta. Casomai gli sfrutta.
Non ci sono altre soluzioni possibili per l’arte di Giusberti. E a ben vedere la prima impressione di tranquillità si tramuta in una percezione pop della vita e della sua rappresentazione. Le immagini come cartelloni pubblicitari alla mercé della massa. Solo nell’anonima descrizione furtiva di luoghi veramente intimi, comuni, soprattutto interni di bar e caffè visitati nei suoi viaggi in Brasile, l’umanità si fa autentica.
L’arte di Giusberti, immota nella sua coerenza stilistica, in contrapposizione alla prodigiosa padronanza tecnica della sua rappresentazione fugace, risulta una tautologica natura morta di sé stessa (complice anche l’allestimento fin troppo denso). Così, gli attimi catturati paiono più ristagnare che trovare nuova vitalità.
Da vedere anche la bella mostra fotografica nelle sale contigue della galleria bolognese dedicata ad Andrea Garuti (1965, Firenze). L’esposizione, intitolata Views è formata da una serie di grandi vedute delle più importanti città del mondo. Immagini di ispirazione classicista e tuttavia irreali, vertiginose, quasi piranesiane.
sara vannacci
mostra visitata il 10 marzo 2007
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