Gli artisti percepiscono facilmente/ la grande luce tremante/ il calore/ il respiro della vita/ ciò che appare / e ciò che scompare./ Intuiscono/ le somiglianze/ delle piante/ con gli animali/ e degli animali/ con gli uomini,/ e la somiglianza degli uomini con Dio./ non sono eruditi che per ambizione,/sfogliano libri/ sono se stessi. Scriveva così il grande pittore austriaco Egon Schiele, eccezionale maestro del disegno, dandoci la sua personale definizione di artista.
Queste parole offrono uno spunto per rileggere l’intero lavoro di Giuseppe Zigaina che dalla fine degli anni Quaranta percepì nel clima di esaltazione che si era venuto a formare nel Friuli del dopoguerra, la drammatica condizione della povera gente diventando il “cantore” della sua terra e coniugando la sua arte e la sua poetica ad un preciso impegno morale e sociale.
La mostra antologica dedicata alla sola opera grafica delinea le tappe fondamentali percorso stilistico di Zigaina dagli esordi ad oggi. Nato a Cervignano nel 1924, ottenne la maturità artistica a Venezia, imponendosi ben presto come uno dei maggiori pittori del Realismo italiano. Eclettico artista, si dedicò alla pittura, al disegno, all’incisione e alla scrittura elaborando linguaggi e mezzi espressivi che accompagnavano via via l’evolversi delle esperienze ideologiche e culturali. Dopo la partecipazione alla Biennale di Venezia nel 1948, allestì la sua prima personale alla galleria del “Cavallino“ della città lagunare. L’anno successivo illustrò la raccolta di poesie Dov’è la mia patria dell’amico Pier Paolo Pasolini, con il quale collaborerà a più riprese, come per l’illustrazione del film Teorema del 1968, diventando cosi custode appassionato della sua memoria. In un primo momento – al tempo delle sue prime mostre internazionali di successo – si avvicinò ai neorealisti del Fronte nuovo delle arti, Guttuso, Pizzinato, Vedova e Borlotti, ma presto se ne allontanò alla ricerca di un “isolamento” che lo contrapponeva ad un qualsiasi progetto di “gruppo” . Fu proprio questa indole di solitario all’origine di ogni suo slancio creativo e fu in questi anni, segnati dall’abbandono della poetica del Realismo, che cominciò la sperimentazione il linguaggio informale. Da quel momento, il disegno, affiancato intorno alla metà degli anni Sessanta dall’incisione, si esplicherà nei motivi iconografici delle Ceppaie, delle Farfalle notturne, dei Dormitori e più tardi dei Girasoli e delle Astronavi. L’interesse dell’artista fu da sempre rivolto a quelle forme visibili che costituivano i frammenti di un mondo che lui stesso riusciva a scomporre e ricomporre in una tragica metafora, il suo lavoro alimentato dall’esperienza ossessiva e assoluta dell’oggettivo, dove il segno, a volte secco e largo altre volte più leggero e calligrafico, risulta essere sempre drammaticamente espressivo. Le serie di disegni Biciclette e Braccianti realizzati tra il ‘47 e il ‘59 ruotano intorno a temi riguardanti la semplice vita quotidiana e rispecchiano la sofferta esperienza degli abitanti di un territorio ricco di storia – il Friuli – che situato nel cuore dell’Europa, fu teatro di invasioni e combattimenti. I motivi ripresi, le ruote dei carri, le biciclette, le lame delle falci, gli steccati all’orizzonte si trasformano in segni magico – simbolici.
La mostra è stata curata da Michael Semff e Peter Weiermair in collaborazione con la Staatliche Graphische Sammlung di Monaco
C.S.
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