Pare di assistere al flusso ininterrotto di un discorso, che fascia le pareti della galleria in un continuum coerente, che si sviluppa con impercettibili e sensibilissime variazioni cromatico formali. Si viene catturati dall’equilibrio e dall’eleganza dei quadri, di cui, solo con una pazienza cui non si è più abituati, si riescono a carpire taluni segreti che una vita intera ha cercato di svelare. I segreti appartengono interamente al fare della pittura, al suo crescere in equilibrio tra le forme della mente e quelle della realtà: in questo continuo incrocio o forse tentativo appassionato di riequilibrio si trova la “fatica” e la sfida di Romiti.
Inizia a dipingere alla fine degli anni ’40 seguendo in modo personale il neopicassismo dell’epoca, attraverso una pittura di oggetti colti da un quotidiano scarnificato e ridotto all’osso. Dagli anni ’50 il colore si fa soffice e raffinato, fino ad assumere la funzione dominante, privando di consistenza lineare i contorni, approdando alla sua condensazione o rarefazione, capace di suggerire più che forme, fantasmi, apparenza di esistenza o loro suggerimento metonimico e aereo. Negli anni ’70 cominciano ad apparire letteralmente strisce a banda larga di colore, che suddividono in campi monocromatici la composizione lasciando suggestioni lontane di pulsazioni esistenziali in apparenze di marginale grandezza di cromatismi vivaci.
Negli anni ’80, l’ultima stagione, gli incardinati campi e gli orditi luminosi si sfaldano e, seppure con elettissima scelta cromatica, le pennellate si sovrappongono e si liberano, i colori ritornano e le spatolate, anche se soprattutto in griglia regolare, riprendono il sopravvento.
I trentadue disegni, nudi come se lo scheletro dell’ordito del pensiero di Romiti si mettesse in mostra, hanno meno potere di coinvolgimento.
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Carmen Lorenzetti
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