L’arte del graffito risponde, in generale, ad un’esigenza espressiva, alla rivendicazione di un proprio diritto alla parola e anche per James Brown, protagonista anomalo di questa corrente, si tratta di esprimere se stesso attraverso segni e disegni. Il disagio dei sobborghi e della vita di strada è il punto strategico per comprendere gli esordi di queste espressioni artistiche, è la chiave di lettura e d’interpretazione del primo graffitismo, della street-art, di un’arte in continua trasformazione che cerca di innalzarsi ad espressione universale di linguaggio. L’arte di bombardare con linee, colori e frasi i muri delle città nacque in america negli anni ’70 come frutto di una periferia urbana disagiata prevalentemente nera o ispano-americana. Questi particolari artisti, per la maggior parte giovanissimi, rappresentavano l’esigenza di una nuova dimensione estetica e di una nuova realtà espressiva più veloce, meno elitaria, più metropolitana.
Graffitista anomalo, come si diceva, Brown non proveniva dai sobborghi di New York ma dalla più solare Los Angeles ed aveva alle spalle studi pittorici che non potevano non condizionare il suo esito artistico. I lavori esposti in questi giorni alla galleria Ariete sono opere composte da James Brown negli ultimi anni, realizzate principalmente ad Oaxaca, in Messico, dove Brown ha un atelier. Si tratta di opere a tecnica composita, su carte e stoffe ricercate, mappe antiche, frammenti preziosi. Una pittura che richiama i tempi e i modi della meditazione orientale, ma che non smarrisce nello stesso tempo i caratteri e la personalità di un artista formato all’ombra della Grande Mela. Dall’inizio della sua attività ad oggi James Brown ha seguito un cammino personale che lo ha condotto a una ricerca espressiva che si pone al centro fra figurazione forte ed astrattismo. Ciò che ha sempre caratterizzato il linguaggio di questo artista, e ancora oggi ne definisce le coordinate compositive, è il valore simbolico dei segni che si può rintracciare in tutte le sue opere. Una simbologia che si svela, come spiega Danilo Eccher in un testo critico, attraverso un’interpretazione quasi mitologica dell’eroe metropolitano della quotidianità.
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