Marco utilizza strutture di ferro e ghisa arrugginite per costruire solidi e pesantissimi ambienti sigillati. Gli spazi della galleria sono invasi da tubi, cisterne e condotti metallici bruni; l’impressione è di trovarsi di fronte alla tratta scoperta di un dedalo di canali e passaggi sotterranei, una sorta di strano rifugio segreto. Attraverso sistemi di lenti ottiche lo spettatore può spiare all’interno dei ricettacoli scoprendovi i suoi abitatori. In una cisterna un suggestivo sistema di fioche luci giallognole svelano profondità, abissi e spazi misteriosi; dietro uno spioncino scopriamo una ragazza sorridente adagiata sul pavimento di una stanza murata; in una cisterna, all’apparenza chiusa ermeticamente e parzialmente ricoperta di terra, ci osserva invece il barbuto artista divertito, seminudo: e brinda alla nostra salute con del buon vino rosso. Si va dunque alla scoperta di una nuova dimensione di oggetti ed esseri deformi, apparentemente priva di leggi di gravità, onirica e psichedelica; questo è un mondo distorto e affascinante, queste sono le catacombe del paese del Bianconiglio, con il quale possiamo comunicare solo percotendo forte la pesante scorza arrugginita. Ma il bruno rossastro della ruggine e quello scuro della terra, il rosso del vino, il candore della pelle e la screpolata, dura e fredda superficie ferrosa esprimono una fisicità fortissima
Marco di Giovanni, presente anche alla collettiva Sistemi analogici in corso in città alla galleria Otto, è artista di grande interesse, presentato in entrambe le occasioni dal giovane critico Alberto Zanchetta che sta collezionando alcune delle più convincenti esposizioni degli ultimi tempi. Una curiosità: la presentazione della mostra fatta da Walter Guadagnini non regge il confronto con le 10 righe 10 del giovane Zanchetta che corredano il comunicato stampa.
Alfredo Sigolo
Sono tubi con sistema di misurazione visiva incorporato: sono infatti dotati di lente spesse, che filtrano la visione dell’interno del tubo o immettono semplicemente nello spazio della galleria in trasparenza oppure inversamente nel magmatico e nebbioso-acqueo del nulla. Lo sguardo, l’antico tirannico organo della vista, è ciò che è chiamato in causa. Lo sguardo circoscritto al nostro rapporto fisico, reale, corporeo con il mondo in cui ci troviamo. Per questo è misura o possibilità di misura di distanze e della nostra collocazione rispetto ad esse. La lente immette quindi nello spazio fisico, inteso come sistema di relazione e percorso corporeo, in rapporto al quale si può innestare la domanda sul grado di oggettività e di realtà di ciò che ci circonda. La lente – oblò si può
Ancora lo sguardo, utilizzato in maniera ipertrofica, esercitato fino all’esaurimento, sollecitato infinitamente, ancora lo sguardo. Questa volta però inteso come “organon” e dotato d’un suo limite e finitezza esistenziale, riportato alla sua possibilità di esercizio nell’hic et nunc nel lungo attimo in cui la sua fisica esistenza è presente e vigile. Lo sguardo globalizzato, la grande spia, la telecamera sul mondo è messa tra parentesi per ora. Di Giovanni ricelebra l’esistenza, la fisicità, la libertà, l’individualità ed invita gli altri a fare altrettanto, ripercorrendo anche i percorsi della memoria attraverso scarti di esistenza umana…quei grandi tubi arrugginiti.
Carmen Lorenzetti
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