Tutto è primitivo nell’opera di Silke Rehberg (Ahlen, 1963). I materiali, le tecniche, i riferimenti iconografici, la maniera brutale di costruire veri e propri idoli di terracotta.
Le sculture esposte all’ex chiesa di San Paolo a Modena raffigurano nove volti che contano, tra collezionisti, critici, personaggi della televisione, dello sport e dell’università. Vere e proprie star del mondo dell’arte, amici della Rehberg, che la pazienza modellatrice dell’artista ha degradato a feticci umanizzati, totem seminudi in pose ridicole e scomposte.
La sua giocosa cattiveria ha estrapolato i tic, le espressioni intime, gli atteggiamenti nascosti, trasformandoli in simboli e caricature che amplificano la natura del personaggio stesso. Così gli occhiali del gallerista modenese Emilio Mazzoli diventano una maschera voodoo, la scimmietta sulla spalla della critica d’arte tedesca una metafora della stupidità e della presunzione della televisione. Nulla potrebbe far pensare che questi uomini dai membri sproporzionati, vestiti di piume e camicioni colorati, queste donne dalle mammelle rigonfie, siano in realtà autorità nel campo dell’arte e non antiche divinità della fertilità.
La Rehberg la chiama “la mia collezione di farfalle”, perché i pezzi rappresentati sono unici, preziosi e potenti. Ma sono diversi i nomi con cui si riferisce a questa raccolta di “capi su corpi” (capi nel senso di teste ma anche di personaggi importanti) che talvolta chiama rispettosamente “i miei Direttori d’Arte”. A questa perenne oscillazione del significato della parola capo e del suo forte rapporto con la materia e con il corpo e si rifà il titolo della mostra: Ricominciare dal Corpo.
L’esposizione, ospitata nella suggestiva struttura seicentesca di un vecchio convento femminile, è stata l’occasione per invitare gli stessi “direttori d’arte” a intervenire in prima persona. In un gioco che li ha visti protagonisti consapevoli, consenzienti e divertiti. All’interno della galleria è stata organizzata una cena a cui hanno partecipato a fianco delle statue che li rappresentavano: si sono ritrovati visibilmente imbarazzati ma anche sollevati, liberati almeno per una sera dalla gabbia in cui li imprigiona il ruolo che ricoprono.
L’ironia sottile ma tagliente della Rehberg, la sua capacità di deridere e demolire i ruoli convenzionali, è stata così efficace che Wibke von Bonin, giornalista e critica d’arte della televisione tedesca, per assomigliare ancora di più al suo fantoccio, si è presentata alla serata con una scimmietta di pezza cucita sulla manica della giacca.
Con questo appuntamento la giovane galleria pubblica nata dentro l’ex Chiesa di San Paolo vuole inaugurare un nuovo percorso che la vedrà protagonista nella scena modenese come luogo di ricerca e di sperimentazione di nuovi linguaggi artistici.
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L’esposizione di Sike rehberg alla Galerie Voss a Dusseldorf
giulio maria piantadosi
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