Andrea Benetti (1964, Bologna) inventa un vocabolario fantastico con cui ri-catalogare il mondo. In questo dizionario di idee e concetti ciò che rimane chiaro è solo la parola. Macchine dei sogni, equilibristi, astronavi, televisioni, tutte vengono reinventate in un lavoro di scomposizione di forme e colori.
L’universo costruito dalle tele di Benetti è sostanzialmente un universo parallelo, dentro il quale le cose assumono caratteristiche differenti da quelle che vediamo tutti i giorni. È un ritorno al carattere primordiale e più originale dell’essere artista. Visto come artifex, colui che costruisce, il creatore.
La scoperta del legame che c’è tra le parole e le cose, tra il significante e il significato, ha appassionato e diviso i più grandi filosofi del secolo scorso. Da Charles Pierce a De Sassure, fino ad arrivare a Ludwig Wittengstein a Michel Focault e Noam Chomsky. Anche l’uso di figure che appartengono al mondo della geometria rimanda a quella razionalità propria della speculazione filosofica. Ma nelle opere di Benetti (come negli scritti più eversivi dei filosofi del linguaggio) la perfezione matematica viene assoggettata all’animo dell’artefice.
Nel lavoro non c’è nessun intento concettuale, nessuna volontà di investigazione dell’essenza delle cose. E neppure l’intenzione di spronare lo spettatore a diffidare della realtà che lo circonda. Non si lancia alla scoperta di nuove frontiere, ma declina il suo dizionario personale. Fragili dissertazioni costruite attorno a temi universali come il rapporto con i media, con l’ecologia, il rapporto fra i sessi.
Forse è proprio per questo che sceglie di inserire, come corollario alle sue opere, frasi prese dal mondo della poesia e del romanzo (e non della filosofia). In un viaggio senza confini nel tempo e nella storia, brani di Ovidio, Filippo Tommaso Martinetti, Svetonio, Proust e altri si legano tra loro quasi a voler disorientare ancora di più lo spettatore.
Quello che Benetti sembra dirci è che una parola può esistere anche al di fuori di un dizionario: può esistere nell’uso e nella vita, come espressione di un soggetto che crea con le proprie forze un mondo che gli assomigli. Come le sue tele.
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Comunicato stampa della mostra
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giulio maria piantadosi
mostra visitata il 12 Aprile 2006
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