ed è appunto perciò che Flavio de Marco, leccese del ’75, intitola Orizzonte la sua personale bolognese, intendendo far proprio il concetto che la percezione visiva in senso realista, alla luce dei modelli di conoscenza instaurati dalla tecnologia, appare obsoleta. La piramide prospettica rinascimentale, astrazione bidimensionale dello spazio tridimensionale, non è più sufficiente e quantomeno limitante delle capacità di comunicazione e apprendimento dell’uomo.
Sintetizzando, il modello cognitivo riduzionista tradizionale puntava essenzialmente a trasmettere una visione sintetica della realtà; l’evoluzione delle capacità cognitive umane, permette oggi di agire contemporaneamente su molteplici livelli di comunicazione: la logica ipertestuale è un moltiplicatore che induce ad operare in un contesto aperto e frammentario, in cui selezione e produzione di informazione finiscono inevitabilmente per coincidere. Ogni pretesa di orga
La ricerca di Flavio de Marco è indirizzata ad indagare gli orizzonti del nuovo spazio, individuandone meccaniche e dinamiche elementari. Le windows dell’omonimo software Microsoft sono probabilmente l’immagine più consueta del paesaggio mediatico odierno. La loro forma bidimensionale e geometrica definisce perimetri di connessione, la cui attitudine alla sovrapposizione, alla moltiplicazione, prelude ad un’architettura molecolare dell’informazione, in perenne incremento. De Marco dipinge finestre aperte su freddi paesaggi monocromatici, cinerini e silenziosi, privati di ogni traccia testuale ed iconica, col fine di rappresentare la forma, la struttura dinamica dello spazio-software. Le dipinge su muro, le raddoppia sulla tela, strombando il telaio perché appaia impalpabile, sospeso nello schermo della realtà che ci circonda.
La domanda finale viene spontanea: basta tutto ciò per dimenticare le finestre e la poetica di Carlo Zanni> o i bianchi schermi inquadrati d’arcobaleno di Davide Minuti? No, non basta, e però la volontà e il rigore di quest’artista inducono a non sottovalutarne, in prospettiva, la ricerca che, seppur in modo non ancora compiuto e maturo, sembra indirizzata su altre strade rispetto alla prassi pittorica di Zanni, concentrandosi sulle dinamiche del web e tralasciandone gli aspetti iconografici.
C’è un buon catalogo a corredo della mostra in cui, al testo incomprensibile ed irritante di Roberto Daolio, fa il verso lo splendido contributo di Wu Ming: godibile, divertente, commovente, didattico.
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il testo di Wu Ming
alfredo sigolo
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