Quella di Francesca Ghermandi (Bologna 1964) è una poetica fatta di personaggi cattivi e dall’aria deforme, facce senza lineamenti, i cui tratti tondeggianti accomunano esseri umani e oggetti. Si tratta di figure al limite dell’espressionismo, alla Munch dell’Urlo, ma con una maschera spesso più chiaramente bieca che angosciata. L’ironia della disegnatrice bolognese si fa dunque feroce e sottile nello stesso tempo, con il tratto fluido e stilizzato delle immagini che partecipa in maniera decisiva nel renderne l’atmosfera surreale e straniante.
In mostra sono 250 tavole in bianco e nero (a biro e pennarello) appositamente realizzate per quest’esposizione e pubblicate nel volume Un’estate a Tombstone, una trentina di disegni a matita creati per l’animazione di apertura della Mostra del cinema di Venezia 2005 e alcune stampe a colori di grande formato anch’esse tratte dalla sigla animata.
L’esperienza nei campi del fumetto, dell’illustrazione, della pubblicità e del cinema d’animazione convergono nelle tavole di Un’estate a Tombstone: qui la Ghermandi privilegia la forma delle vignette isolate, anziché quella del fumetto che le ha portato fortuna in particolare con Pasticca e The Wipeout. Ma trapelano la sua ossessione per il noir e l’esperienza della reclame. L’allestimento delle immagini, appese alla lunga parete della galleria e affollate ad intralciare un ordine prestabilito di lettura, pare suggerire che le tavole siano da guardare in ordine sparso.
Se in passato la disegnatrice bolognese si era già liberata dell’àncora delle parole, spesso vincolo che riporta le immagini ad un significato univoco, stavolta la Ghermandi si riscatta anche dall’ordine di lettura che la forma libro impone, suggerendo accostamenti personali e talvolta improbabili. Le singole vignette divengono così niente più che l’affresco di un universo vicino, ricostruito attraverso momenti di ordinaria
Quanto alle strisce dell’animazione veneziana, esse sono riproposte, secondo una logica non molto diversa, nella forma statica di disegni, consentendo al lettore di riappropriarsi del tempo della narrazione impostogli dalla proiezione filmica. In tal modo, lo spettatore si affranca da ogni costrizione temporale: le tavole si fanno arte anziché cinema, un medium che conferendo un tempo dato all’immagine e sottomettendovi chi guarda non potrebbe pregiarsi, almeno nell’ambito dell’estetica relazionale di Nicolas Bourriaud, dello status artistico.
Francesca Ghermandi ha studiato presso la Scuola di fumetto Zio Feininger e ha avuto tra i suoi maestri Lorenzo Mattotti e Andrea Pazienza. Se le sue linee morbide e semplificate sembrano attestare l’eredità del primo, la cattiveria che pervade gli orrori domestici rappresentati nelle sue immagini ha qualcosa della ferocia liberatoria dell’universo di Paz. L’esperienza di Frigidaire, e la frequentazione del mondo del fumetto bolognese degli anni ’80, è ancora tutta qui, leggibile dietro le sottigliezze folgoranti di sguardi e nelle pochissime raggelanti parole raramente usate in forma di battute.
valentina ballardini
mostra visitata il 30 marzo 2006
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