La Pop Art è la corrente artistica di più forte impatto della seconda metà del ‘900, e forse anche quella che più ha influito sui costumi e le pratiche sociali in virtù del suo avvicinarsi al “mondo esterno” tramite l’introduzione nelle opere d’arte di item tratti dalla quotidianità, una quotidianità che nel secondo dopoguerra ha coinciso sempre di più con gli stimoli della comunicazione di massa.
In un periodo in cui è difficile individuare i pochi artisti non etichettabili come “post-Pop” la Galleria Civica di Modena propone la meritoria iniziativa di una trilogia di mostre sulla Pop Art inglese, americana ed italiana.
Primo capitolo è quello sulla British Pop Art : un gruppo di artisti che, seppur tenuti molto meno in conto dei loro colleghi d’oltreoceano, sono i veri pionieri del genere, i fondatori di un gusto di cui oggi siamo pervasi, coloro che hanno permesso “una liberazione all’interno dell’arte, che hanno dato dignità artistica al divertimento” secondo le parole pronunciate a Modena da Peter Phillips (il quale peraltro si dichiara incerto sull’effettiva influenza della Pop a livello sociale).
A Modena sfilano tutti i protagonisti della stagione della Pop inglese (l’unica Pop esistente all’epoca -anche se ancora non si chiamava così- a parte il proto-pop di Johns e Rauschenberg).
Ecco dunque i collage di Eduardo Paolozzi risalenti addirittura al 1947 (!) , ma qui presentati in una riproduzione grafica successiva, così come avviene per il mitico, fondante collage Just what is it that makes today’s homes so different, so appealing? di Richard Hamilton.
Paolozzi e Hamilton fecero parte dell’Indipendent group, gruppo di ricerca artistica e di riflessione culturale; fece poi irruzione sulla scena Peter Blake, molto rappresentato in mostra, con i suoi capolavori contenenti cartoline delle dive del cinema di quegli anni o altre immagini popolari. Blake trasponeva nella propria arte l’entusiasmo per la movimentata situazione culturale degli anni sessanta e per il divertimento e fermento che poteva esperire a Londra.
La prima sezione della mostra –divisa su due sedi espositive- presenta opere fra gli altri di Derek Boshier, Peter Phillips e del primo David Hockney che riassumono le caratteristiche della Pop inglese: una spiccata eleganza compositiva nonostante l’inserimento degli elementi dell’imagerie popolare, una studiata “artigianalità” tecnica (molto affascinante a livello visivo) e uno scarso uso delle tecniche di riproduzione seriale. Nelle sale della Palazzina dei Giardini, che ospita opere solo leggermente posteriori, si può intravvedere un trait d’union con la Pop americana: maggior levigatezza, materiali e tecniche meno pittorici, serigrafia e litografia. Una delle famose sculture in fibra di vetro di donne che svolgono funzione di arredo di Allen Jones apre le braccia al visitatore che entra nella palazzina, David Hockney è passato ai bordi delle piscine californiane, Richard Hamilton ritrae Marilyn Monroe e Mick Jagger, mentre Colin Self riproduce le hall dei cinema.
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Un manuale di Marco Livingstone sulla Pop Art: “Pop Art-A continuing history”-1990
L’ultimo libro su David Hockney di marco Livingstone
stefano castelli
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twagj
In effetti si mette in luce una pop giustamente inglese,non americana!tutto inizio' nel 1956, a Londra con "this is tomorrow"e le opere del gruppo 2,a dubrownik vien meno il CIAM e soprattutto "vien meno Pollock".Nello stesso anno Leo Castelli a new jork si preoccupa di promuovere e far suo il pop inglese confondendo le idee a molti.Anco in italia dopo un po arriva la ventata Pop inglese,Archizoom,Superstudio,gli UFO ma nn solo architettura radicale ,il comportamentismo disequilibrante di Dalisi, Pettena, Ugo La Pietra.Sarebbe bello ricordare che esiste un periodo Pop italiano.Una mostra??????????