Qualche intoppo non è mancato, è vero. Molta folla, ingressi limitati, un po’ di disorientamento. Ma, nel complesso, bisogna guardare con la comprensione del caso un evento che, malgrado qualche acciacco, ha avuto il merito di riportare il mondo dell’arte, assente da non poco tempo, a Bologna, trasformando la città , in una rara notte contemporanea, nella location di uno dei più importanti eventi dell’anno. E questo è un dato di fatto, che, se i conti qualche volta tornano, dovrebbe in tempi relativamente brevi costituire da catalizzatore di nuove energie.
E d’altronde si tratta di un Mambo italiano, timido, un po’ scomposto, ma audace. Che esordisce a denti stretti e petto gonfio con una mostra cicciona, che con il criterio del riassunto e della jam session tanto caro a Germano Celant, intende documentare un secolo di storia, dai segnali di fumo all’ipod, dal Futurismo a Thomas Ruff. Tra oggetti d’antan e grandi pezzi d’arte, da far ingolosire il mercante di pelo lungo, emergono i masterpiece di Fernand Leger e Filippo Tommaso Marinetti, in guerra con i Vik Muniz dei piani alti, o con i monitor turbati dal magnete di Nam June Paik che troneggiano in fondo alla sala centrale.
In un amplesso brutale di sensazioni e stimoli visivi che perdono di aggressività se confrontati con l’imponenza dell’intero spazio espositivo, slanciato e arioso, tra i rari esempi di complesso italiano dal sapore internazionale. In cui l’inserimento rischioso, ma calibrato, di percorsi di natura opposta operato dai cura
Saltano all’occhio alcuni pezzi di notevole impatto visivo. Tre grandi e straordinari Robert Longo fanno bella mostra di sé dirimpetto ai meno felici scatti del Matthew Barney da mercato. Tornano le ultime fatiche di Grazia Toderi, già in mostra al Pac di Milano con il video Rosso Babele, una sovrapposizione della medesima sequenza filmica volta a creare una nuova nuance vermiglia, che l’artista ribattezza Babele. Torna anche la serie africana di Vanessa Beecroft, in mostra da Lia Rumma lo scorso novembre, mentre sul versante video delizia il fantasmagorico match di basket di Paul Pfeiffer e su quello della pittura struggono i carboni appassionati di William Kentridge. Insomma, ce n’è per tutti. Per un’apertura diplomatica che si rivolge alla Storia per ricevere la propria benedizione e al futuro con l’occhio della multidisciplinarietà . Senza creare forti cesure con il passato né rinnegare il valore della sperimentazione. A benedizione ricevuta, ora è tempo di cominciare con le sfide. E giacché Bologna è in ballo, sarà il caso di ballare.
santa nastro
mostra visitata il 5 maggio 2007
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Non tutti gli edifici ricomvertiti diventano Tate Modern, ma il Mambo va benissimo. Peccato che l'allestimento riesca a rendere stretto e scomodo quello che potrebbe essere largo e comodo e difficilmente visibile - per questioni di collocazione e di luce - quello che sarebbe bello vedere, ad esempio i quadri del periodo cubista, il video di Moholi-Nagi o Warhol.