I dipinti non hanno grandi dimensioni quasi tutti al di sotto di un metro. La pittura per entrambi è rigorosamente figurativa. Vladimir Pajevic (1948) è un virtuoso del dettaglio. Si può attribuire ad ogni filo d’erba un nome, così come ad ogni pianta. Lo spazio nelle sue tele ha un punto di vista basso, si vede appena il cielo. E’ la terra che lo attrae. Nonostante tanta precisione nel descrivere l’ambiente, i suoi sono luoghi dell’immaginazione o forse del ricordo. Giardini dimenticati dove la natura ha preso il sopravvento e ha trascinato nel suo vortice di rigoglìo tutto: ingressi, scale, cancelli e antiche architetture che suggeriscono un fasto scomparso.
Sono i luoghi in cui un bambino a caccia di avventure giocherebbe volentieri e dove l’adulto non si affaticherebbe ad entrare per non rovinarsi le scarpe o peggio gli abiti. Ana kapor (1964) è affascinata dalle architetture, antiche, solitarie immerse in paesaggi tra cielo e acqua, sono strutture fantastiche, metafisiche. Cieli blu, mattine fosche, penombre, la luce del sole non abbaglia mai. Colori chiari mescolano puntuali riferimenti ad architetture conosciute o che pare di riconoscere, a paesaggi estranei e a volte aridi. Spesso si vedono piccole, piccolissime bandiere che sventolano, in luoghi dove tutto è fermo, anche il tempo che può essere quello del passato come quello del presente. Non c’è nessuno ad abitare queste architetture che sembrano vivere di vita propria. Non c’è nessuno che cammina tra i colli bruni e nessuno che si tuffa in questi specchi d’acqua che riflettono il tutto. I quadri si snodano nelle sale della galleria e invitano al silenzio, alla meditazione e alla melanconia.
laura branca
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