Annibale Carracci (Bologna, 1560 – Roma, 1609) non si distingue per essere irascibile e spericolato come Caravaggio. Al contrario, è malinconico e introverso. Uno stakanovista che “tira avanti la carretta tutto il dì come un cavallo” (G. B. Bonconto, lettera del 1599). Vive la sua vita da pittore alla ricerca dell’effetto naturale, contrapponendosi decisamente allo stile tanto in voga in quegli anni, il Manierismo, che spesso scimmiotta il modo di fare degli artisti più affermati destreggiandosi tra ricercatezze artificiose. Diversamente da Caravaggio, Annibale non dipinge assassini o scene cruente come il Martirio di San Matteo, ma opera silenziosamente con la matita e la carta, per poi giungere alla tela vera e propria. Abbozza centinaia di disegni preparatori (55 quelli in mostra); non cerca l’artificio del sipario e della luce puntata su un viso o su un corpo straziato, bensì ricrea una luce ed un incarnato naturale.
La luce che illumina la schiena della Venere in Venere, satiro e amorini (Galleria degli Uffizi di Firenze, 1590) è diffusa, calda e avvolgente come la luce di cento candele. Il chiarore freddo e verdastro ne La Pietà con due angeli (Kunsthistorisches Museum Vienna, 1601-1602) suggerisce quanto i corpi dei protagonisti siano prostrati ed esangui. Quello di Annibale Carracci è, a suo modo, un “atteggiamento anarchico e sperimentale”, come scriveva Roberto Longhi, pur non opponendosi all’autorità del passato ma rifacendosi all’esperienza degli antichi.
Dunque Annibale ammira il cromatismo, le luci e le ombre di Correggio, Tiziano e Paolo Veronese e si ispira a loro anche quando il soggetto ritratto appartiene al quotidiano.
Le manifestazioni più naturali della vita, mangiare, bere, ridere, dormire e lavorare sono protagoniste dei dipinti dell’artista. Come Un ragazzo che beve (Nathan Fine Art, Zurigo, 1584-85), Un villano a tavola (detto ll mangiafagioli (Galleria Colonna, Roma, 1584-85), e Due macellai al lavoro (The Kimbell Museum of Art, Fort Worth, 1582-1583).
È nella Galleria Farnese, in occasione del suo soggiorno a Roma per richiesta del cardinale Odoardo Farnese, che Annibale entra a contatto con statue e dipinti del periodo classico. Nella città eterna conosce la Cappella Sistina di Michelangelo e la Galatea di Raffaello. È un’esperienza travolgente, perché la tradizione classica e il pathos (che dimostra realizzando La testa di Niobe, Windsor Castle, The Royal Library, 1595-98), unito alle morbide modulazioni coloristiche naturali della pittura lombardo-veneta, confermano definitivamente in lui le sue teorie sul Bello ideale, che faranno dichiarare a Giovan Battista Agucchi nel suo Trattato: “Annibale fa le cose non come sono ma come dovrebbero essere”.
alessandra cavazzi
mostra visitata il 5 ottobre 2006
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