In parallelo alla mostra di Yayoi Kusama, si tiene nella seconda sede della Galleria Civica di Modena la personale di un artista la cui poetica appare per molti versi agli antipodi. Alla vivacità dei colori e allo spirito pop dell’artista giapponese, il lavoro di Ugo Rondinone (Brunnen, Svizzera, 1965; vive a New York) contrappone infatti opere spesso monocromatiche, oppure realizzate in colori neutri, dalle forme estremamente controllate, che sembrano non essere segnate da alcuna cifra stilistica che faccia da trait d’union.
Dell’artista svizzero, che ha esposto quest’anno alla prestigiosa Whitechapel Gallery di Londra, sono in mostra lavori realizzati tra il 2003 e oggi, alcuni appositamente per questa occasione. A fare da filo conduttore l’interesse per la percezione e un mood straniante e malinconico che contagia video, installazioni e opere plastiche. Elementi artificiali e fortemente regolari si contrappongono all’idea di naturalità (la neve di quadratini di carta, gli alberi in resina, il muro ridotto a una superficie liscia segnata da una texture di rettangoli bianchi e neri). Contribuisce poi lo scollamento tra i titoli, in cui la lingua è usata in forma poetica, e un linguaggio artistico basato sulla ripetizione e il controllo.
Emblematici in questo senso la videoinstallazione A spider (2003) e il sole stilizzato realizzato con catene di Giorni felici (2006), in cui il simbolo della luce e della vita si fa nella resa artistica veicolo di connotazioni di prigionia e costrizione.
Il video è usato da Rondinone con modalità che hanno fatto spesso pensare al cinema di Michelangelo Antonioni. Su sei schermi, disposti lungo tutte le pareti della sala, sono proiettate in loop immagini al ralenti di rotaie viste da un mezzo in movimento -segno di un viaggio che, seppur frenato, si sta compiendo- alternate a primi piani su persone costrette da un montaggio iterativo a ripetere ossessivamente gli stessi movimenti.
La medesima persona e lo stesso frammento di viaggio ricompaiono poi sfalsati sugli altri schermi: i protagonisti sono così destinati ad inseguirsi senza mai incontrarsi, e i percorsi a non avere mai fine.
Attraverso la ripetizione e lo straniamento Rondinone pare in fin dei conti voler sollevare dubbi, turbare e far riflettere su possibili forme di alienazione. L’uso costante di queste tecniche, a dispetto della mancanza di unità stilistica, si risolve nelle sue opere in una sorta di strumento di controllo. Che se da una parte aiuta a tenere a bada le passioni per non sfociare nella pazzia, dall’altra sembra voler smascherare l’orrore dell’iterazione e la follia del nostro quotidiano ipercontrollo.
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