Lee Miller. Credits PUNTOeVIRGOLA media farm
Non la sua bellezza, il passato da modella, la storia con Man Ray. Nel film diretto da Ellen Kuras e distribuito da Vertice360, di Lee Miller si racconta la caparbietà, l’ostinazione, l’autentico e limpido talento. Si racconta tutto ciò che spesso è stato oscurato dalla narrazione acquiescente del suo fascino straordinario, elemento certo fondante della sua identità ma pur sempre rientrante in quella che Linda Nochlin nel suo testo del 1971 Perché non ci sono state grandi artiste?, ha definito la «roccaforte mistica della femminilità».
Sigaretta sempre in bocca e valigia sulla porta, Kate Winslet porta sul grande schermo – aggiudicandosi una nomination ai Golden Globes 2025 – l’eccezionalità di una donna che non si accontenta del successo, che la bacia in tenerissima età: se fascino e stile le consentono di entrare nelle pagine di Vogue in qualità di fotomodella a soli diciannove anni, personalità e tenacia la portano, poco più che trentenne, a firmare alcuni dei più potenti scatti del mensile britannico. E del XX secolo.
È il 1939 quando Lee Miller entra nella redazione inglese della storica rivista per farsi assumere come fotografa freelance. Il lavoro è suo, così come l’immediata e incondizionata stima della direttrice Audrey Withers. È a lei che chiede di inviarla al fronte, ma il Ministero dell’Informazione britannico non concede alle donne il permesso di partire. Forte allora del suo passaporto americano, è l’unica donna – insieme a Margaret Bourke-White, che mai incontrerà – a ottenere un accredito presso l’esercito statunitense, per documentare lo strazio di una guerra scoppiata quasi senza che nessuno se ne accorga.
L’assedio di Saint-Malo, le bombe al napalm, i corpi amputati negli accampamenti, i cadaveri dei civili tedeschi morti suicidi, la liberazione dei campi di sterminio di Buchenwald e Dachau, la verità della Shoah: Miller scatta distogliendo lo sguardo e realizza le immagini che, come un marchio a fuoco, ne compromettono per sempre la salute mentale.
Evidente fil rouge del film è il senso di sorellanza: Miller riserva uno sguardo sempre complice alle donne della sua vita – dalla già citata Withers alle sue amiche francesi, perse di vista dopo lo scoppio della guerra e ritrovate miracolosamente vive quando torna a Parigi con l’esercito – così come a quelle che incontra tra le macerie: dalla sconosciuta salvata da un tentato stupro alla bambina affamata che la guarda negli occhi umidi senza dire una parola, fino alla spia tedesca individuata dall’esercito, rasata a zero e sottoposta a un tipo di umiliazione tutta femminile. A sua volta vittima di stupro all’età di sette anni, Miller si rende conto che la guerra, sulle donne, è di diversa e di duplice natura.
Autrice di uno degli scatti più controversi del Novecento – quell’autoritratto nella vasca da bagno del Fürher, realizzato la stessa notte del suicidio di Hitler ed Eva Brown – Lee Miller entra nella storia per il suo occhio indagatore, lo sguardo critico, la naturale tensione alla scoperta di verità. Kate Winslet si è chiesta: «Perché nessuno ha mai fatto un film su di lei?». La domanda tocca il tasto dolentissimo della cronica indifferenza della storia verso le grandi donne che l’attraversano.
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