Categorie: Cinema

“Where’s my Roy Cohn?”, al RomaFF14 il documentario sul vero avvocato del diavolo

di - 29 Ottobre 2019

Se Machiavelli fosse nato nella New York degli anni ’30 sarebbe stato più spietato e si sarebbe chiamato Roy Cohn, quel Roy Cohn che per più di dieci anni, fino al 1985, fu avvocato ma soprattutto mentore di un giovane Donald Trump. Un Machiavelli al di là di Machiavelli è infatti il personaggio che emerge dal film documentario Where’s my Roy Cohn? di Matt Tyrnauer, proiettato in questi giorni alla Festa del Cinema di Roma tra i film della Selezione Ufficiale.

Figlio unico in una famiglia ebrea, Roy nacque da un matrimonio di interesse tra Albert Cohn e Dora Marcus, donna così difficile da sposare che si dovette promettere ad Albert di diventare giudice per persuaderlo. Entrambi non propriamente belli ma molto facoltosi, convissero in un rapporto di costante freddezza, crescendo il bambino in un clima di totale assenza di empatia.

La madre investì tutte le sue energie su di lui, assecondando qualsiasi sua esigenza e coltivandone l’ego a dismisura. Il padre gli insegnò come avere sempre ragione e rendersi inattaccabile con la lingua della legge. I risultati non tardarono a manifestarsi.

Roy Cohn nei primi anni da avvocato (courtesy Getty)

Nel 1951, a 23 anni, Roy Cohn era l’avvocato d’accusa che riuscì a mandare a morte Julius ed Ethel Rosenberg in un processo per spionaggio con prove che sono rimaste di dubbia credibilità fino a i giorni nostri. Due anni dopo divenne capoconsigliere di Joseph McCarthy, rendendosi noto per i suoi accaniti interrogatori ai sospetti comunisti. C’era però un fatto, che in quegli anni rappresentava un problema decisamente spinoso: fin dalla sua gioventù, il nostro killer lawyerera omosessuale.

Per quanto si fosse sempre sentito in potere di fare qualsiasi cosa, questo non lo ammise mai, così come non ammise mai di aver contratto l’AIDS negli anni ’80, malattia che lo portò alla morte nel 1986. In modo più o meno riuscito Roy Cohn s’impegnò a mantenere sempre celata la sua vita privata, a costo di toccare notevoli picchi di ipocrisia. Come durante il maccartismo, quando iniziò ad attaccare lo stesso governo federale sostenendo che vi fossero impiegati omosessuali al suo interno e che proprio loro rappresentassero una minaccia per la sicurezza nazionale in quanto segretamente legati ai comunisti all’estero.

Roy Cohn e Joseph McCarthy alle audizioni Esercito-McCarthy, 1954 (courtesy Getty)

Nonostante lo strenuo impegno a nascondere la propria vita privata Cohn, non riuscì a mascherare la sua prima sbandata per David Schine, collega maccartista e “migliore amico”, fatto che lo portò ad essere accusato dall’esercito nelle audizioni Esercito-McCarthy. Cohn si allontanò quindi dal governo per andare a New York in uno studio privato.

Nella New York del 1955 il potere delle famiglie mafiose era pervasivo e Cohn non faticò ad entrarci presto in contatto, diventandone il difensore di membri di spicco come Tony Salerno, John Gotti, Carmine Galante. Di qui si dischiuse un reticolato di relazioni che nel corso degli anni avvicinò Cohn a tutti gli ambienti e le personalità del jet set newyorkese, fra i quali anche un trentenne Donald Trump anch’esso già legato ad ambienti mafiosi attraverso il mondo dell’edilizia.

Roy Cohn con Donald Trump, 1984 (courtesy Marylin K.Yee/Redux))

Fra i due ci fu subito intesa, accomunati dalla stessa voracità di vincere a tutti i costi e dalla stessa assuefazione al potere. Cohn divenne il suo avvocato, insegnandogli le sue strategie: sempre attaccare, mai patteggiare, mai scusarsi. Un sodalizio durato più di dieci anni, durante i quali Trump aprì la strada che lo portò ai giorni nostri. Cohn nel frattempo coltivava assiduamente il desiderio di diventare governatore di New York, sogno interrotto dall’insorgere dell’AIDS nei primi anni ’80, che allontanò Trump e la maggior parte dei suoi conoscenti.

Il documentario di Tyrnauer percorre bene l’ambivalenza che caratterizza la vita di Cohn e proprio attraverso questo elemento riesce ad esprimere la vera essenza dell’avvocato newyorkese. In un’intervista, un suo cugino utilizza una parola ebraica che esprime particolarmente bene quest’essenza: chutzpah, ovvero sfacciataggine, impudenza, freddezza, tracotanza. La sfrontatezza di un uomo che si è avvicinato più di tutti all’incarnazione dell’avvocato del diavolo.

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