La storia di “Reality Show” che mi vede in qualità di curatore è cominciata così: la mia gallerista, Tiziana Di Caro, è venuta a trovarmi nel mio studio e mi ha parlato dell’idea che aveva di chiedere ad un artista che lavora con lei di realizzare una mostra. Mi ha fatto capire che, invece di chiedere ad un curatore, le sarebbe piaciuto vedere messo in pratica il progetto di un artista.
Ho trovato subito la cosa stimolante e le ho promesso che ci avrei pensato seriamente anche se non l’avevo mai fatto prima. Non che sentissi la necessità impellente di una tale operazione, ma in qualche modo mi sembrava una sfida confrontarmi con un ruolo che non è il mio e che sono in genere abituato a vivere, a commentare e a criticare come spettatore.
Quello che mi ha maggiormente spinto a realizzare la mostra è stato però un pensiero ricorrente. Il limite molto labile che separa la produzione di un oggetto e di un’immagine dal suo significato. L’artista va sempre oltre la semplice formalizzazione di un’idea, ed in questo modo, cercando di produrre significati, si avvicina al ruolo del curatore. Allo stesso tempo assistiamo sempre di più al ruolo del curatore come artista. Mi sembra inevitabile che i due ruoli si compenetrino e non è certo una novità, se pensiamo al ruolo di autore-curatore a partire da Documenta 5 di Szeeman o di artista-curatore di Richard Hamilton.
Da qui è stato quasi naturale, immediato direi, pensare di realizzare una mostra che raccogliesse un certo numero di opere e di artisti che riflette come me sul mondo degli oggetti e delle immagini che siamo abituati a vedere nella quotidianità.
Seppure in maniera molto differente e personale, gli artisti che ho coinvolto lavorano e producono immagini ed oggetti a partire da immagini ed oggetti già esistenti. Da qui il titolo “Reality Show”. Si tratta, e questa è una mia personale interpretazione che forse non trova d’accordo tutti gli artisti in mostra, di rivitalizzare il reale così come siamo abituati a vederlo e viverlo. È un discorso sulla sensibilità, anzi sulle diverse sensibilità di ciascuno artista, di vedere e interpretare il mondo. Riscrivere e rivitalizzare quello che già esiste. Trovo in generale questo modo di operare non una via di fuga dalla realtà così come ci viene posta, ma un atteggiamento critico ed attivo nel cercare una visione personale del reale. Mi sono sorpreso nel constatare che avrei potuto coinvolgere molti altri artisti ed è solo per esigenze di spazio e di tempo che questo non è avvenuto. Gli artisti che partecipano li conosco personalmente e mi era facile reperirne i lavori.
Detto questo, mi sono divertito molto a fare il curatore. Sono andato nei loro studi in una veste per me insolita. Proporgli di partecipare a questa mostra e soprattutto avere l’obiettivo di dover scegliere un lavoro funzionale a quello che avevo in testa ha decisamente cambiato il modo di guardare al singolo lavoro.
E qui ritorniamo a quello che dicevo sul confine tra i ruoli. Anche la scelta di un solo lavoro presuppone la visione spaziale del luogo in cui avverrà la mostra e la sua collocazione e contestualizzazione rispetto al tema proposto, allo spazio, e alle relazioni formali e concettuali che ogni lavoro instaura con gli altri. La disposizione spaziale dei lavori all’interno del luogo espositivo impone al curatore un ruolo autoriale. Bisogna decidere dove, come e perché posizionare le opere e, per quanto si voglia, queste decisioni sono anche strettamente legate alla sensibilità e personalità del curatore, che in questo modo crea un’unica grande opera-collage con gli elementi che ha scelto.
Non mi aspetto niente di preciso da questa esperienza. Sicuramente mi aspettavo di essere sorpreso dal gap che separa sempre l’ideazione dalla realizzazione pratica di un progetto. Le due cose raramente coincidono nella realizzazione di una singola opera e divergono maggiormente quando si tratta, come in questo caso, di una collettiva che raccoglie diversi autori. Inoltre, mi è piaciuto constatare come andare a fondo nel comprendere e scegliere lavori di diversi artisti, che pensi siano accomunati da una processualità simile tra loro e alla tua, abbia invece evidenziato aspetti del mio lavoro che non avevo ancora considerato o non approfondito. Ne è scaturita una messa in discussione del mio lavoro, più precisamente dell’aspetto formale del mio lavoro da cui trarrò sicuramente giovamento. Posso dire che se mi dovessi cimentare di nuovo nella realizzazione della stessa mostra, la farei in maniera completamente diversa, e questo è il segno che non si agisce per affermare uno stato delle cose, ma per porsi delle domande, per metterle in dubbio e ripartire.
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