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Io, il marmo e la patella | di Francesco Carone

di - 28 Maggio 2012

Durante l’estate dei miei cinque anni, con la punta di un coltello, il fratello di mio nonno si apprestava a staccare le patelle dagli scogli della spiaggia delle Viste a Portoferraio.

Non era la prima volta che vedevo quelle particolari conchiglie, ma non mi ero mai avvicinato abbastanza da poterle osservare attentamente. Forse per la paura di quegli strani pomodori rossi che generalmente vivono nei medesimi scogli e che, per casuale esperienza diretta, sapevo essere urticanti.

Mio zio disse che essere vicini e guardare, non significava toccare…

Disse che i pomodori non avevano nessuna intenzione contro di me; che dovevo rispettarli e che, ancora più importante, avrei sempre dovuto assecondare la mia curiosità… Prima d’ogni altra cosa.

Eccitato da questa spronante premessa e considerando che l’entusiasmo dei bambini è sempre pronto ad esser sostituito da nuovi entusiasmi ancor più forti, non mi tirai indietro quando mi offrì di assaggiare una di quelle patelle che stava raccogliendo.

Probabilmente, a quel tempo, mi deve esser sembrata molto curiosa l’idea di assaggiare un pezzo di scoglio. Credevo infatti di dover ingoiare una cosa dura come i massi verdi dell’Elba su cui loro, solitarie, aderivano in quel modo tanto determinato. Sembravano un tutt’uno.

Non vi trovavo, se non cromaticamente, soluzione di continuità con la superficie ospitante. Inoltre, non immaginavo che quel guscio avesse potuto nascondere qualcosa d’altro. Come avrebbe potuto respirare tutto chiuso senza spiragli per l’aria?

Con la punta del coltello mio zio ne staccò una e me la porse. Sembrava una ventosa. Vidi che si ritirava come per cercare di ancorarsi nuovamente a qualcosa che non trovava più. Si muoveva.

Quello che avevo sempre visto quindi era solamente un guscio. Qualcosa di esteriore, senza vita. Oltre il mio scetticismo, sotto quella corazza ermetica, la ‘ventosa’ riusciva a vivere.

Il coltello che l’aveva separata dallo scoglio, un secondo dopo la separò dalla sua valva. Con lo stesso mi fu presentata davanti alla faccia perché l’assaggiassi.

L’aspetto gommoso fu confermato sotto i denti. Il sapore in fin dei conti non era affatto male, tuttavia si fece avanti la necessità di masticarla molto bene: non tanto per problemi di digestione, piuttosto perché mi venne l’angoscia che quel piccolo essere, ingoiato ancora vivo, si potesse attaccare dentro di me. Cercai la tranquillità pensando che fosse un tutt’uno con il suo guscio ed una volta separato da questo, non avesse più possibilità di sopravvivenza.

Nel tempo di quel boccone, il pensiero si astrasse prendendo derive diverse e mi chiesi ad esempio se questi animali nascessero già con il guscio.

Masticando ancora intimorito dall’idea di un insediamento interiore, girai questo dubbio a mio zio. Ignaro delle mie preoccupazioni rispose che le patelle nascono senza guscio per poi costruirselo successivamente.

Questo non mi rassicurò affatto.

Come vi era riuscita alla nascita pensai che questa patella avrebbe potuto ricostruire nuovamente la sua corazza una volta dentro la mia pancia, e a quel punto sarebbe stata davvero inespugnabile. Notato il mio interesse per i sistemi di riproduzione delle patelle, mio zio continuò raccontandomi che queste hanno addirittura la capacità di moltiplicarsi per partenogenesi.

Significa che se avessi diviso in due una di queste creature, le parti così ottenute si sarebbero trasformate in altrettante patelle capaci di vivere indipendentemente. Così se l’avessi divisa in quattro, otto, sedici, cento o mille.

Lo scenario si faceva sempre più tragico; la triturazione che stavo operando con i denti, secondo questa teoria, avrebbe potuto generare un esercito di patelle…una colonizzazione totale.

Così sputai dicendo che non mi piaceva il sapore.

Per tutta l’estate rimasi però con il dubbio di aver ingerito inavvertitamente una porzione di patella e di essere stato ugualmente contaminato.

Durante le calde giornate successive, l’entusiasmo e la gioia dei giochi con gli amici mi proteggevano dai brutti pensieri ma ogni sera, prima di addormentarmi, il dubbio mi assaliva fin quando non ero vinto dal sonno.

Quando sono stato invitato a realizzare un lavoro per Contemporary locus 1  all’interno del Luogo Pio Bartolomeo Colleoni a Bergamo ho pensato una scultura in marmo di Carrara e patelle. Ma solo durante la realizzazione del lavoro ho avuto modo di ritornare con la mente a quella lontana vicenda.

Uno scrittore bravo, e forse anche uno poco bravo, continuerebbe dicendo che tutto questo gli ha strappato un nostalgico sorriso; ma io non sono uno scrittore né bravo né poco bravo, sono un’altra cosa e preferisco accantonare la nostalgia, l’ipocrisia e le disillusioni dettate dalla maturità. Preferisco continuare a sognare, continuare ad aver paura e soprattutto a credere a tutte quelle esperienze forti, passate e presenti, che stanno alla base di quel modo di fare le cose dettato non tanto dall’intelletto quanto invece da una visione.

Sono passati più di trent’anni da quell’estate all’Elba e adesso ho scoperto cosa sono davvero le patelle e come si riproducono; le ho guardate, le ho assaggiate.

Ho scoperto che mio zio sapeva ben poco di questi animali e forse anche di tante altre cose. Essere curioso è diventato però una necessità; l’indagine e l’osservazione attenta delle cose – grandi come scogli o ridotte come conchiglie – un’attitudine.

Ho scoperto che le esperienze e le emozioni si attaccano in posti imperscrutabili del nostro corpo, continuando a modificarsi e a vivere proprio come la patella che ancora mi piace credere essere dentro di me. Solitaria e inespugnabile.   

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