Gauthier Dance, Aszure Barton, Luck, Orsolina28, ph. Andrea Guermani
Immersa in un paesaggio naturale mozzafiato, Orsolina28 Art Foundation, la cittadella internazionale della danza a pochi chilometri da Moncalvo, sulle colline del Monferrato, in Piemonte, è un luogo difficile da descrivere. Si può solo sperimentare. Quando vi si ritorna dopo la prima volta, la seconda, la terza, si rimane sempre più incantati dalla bellezza della natura in cui si è immersi, e dall’ospitalità della struttura.
Fondata e animata da un’appassionata Simony Monteiro – una passione contagiosa, incarnata nella sua visione ed energia, capace di generare luoghi, opportunità, comunità -, Orsolina28 è un luogo dove il tempo rallenta e le condizioni diventano ideali per la creatività e per far nascere nuove opere. Tra i tanti ampi spazi che ospitano le residenze artistiche di coreografi e compagnie affermate che vengono da ogni parte del mondo, ce n’è uno particolarmente speciale: The Eye, una struttura a pianta ovale con al centro una zona circolare, e con ai lati le sedie per il pubblico. Qui, regolarmente, per un gruppo ristretto o più vasto, avvengono le anteprime, o le prove aperte, di spettacoli che poi debutteranno altrove, in Europa come nel resto del mondo.
È interessante poter assistere al processo di creazione, al percorso del coreografo verso il lavoro che poi avrà il suo compimento. È quanto abbiamo vissuto a fine marzo assistendo alle prove della nuova creazione della coreografa canadese-americana Aszure Barton per la Gauthier Dance, compagnia che è tornata quest’anno in Orsolina per costruire un dittico, dal nome Luck/Unluck. Due visioni coreografiche distinte che dialogano tra loro: da un lato la casualità della fortuna, dall’altro la sua controparte oscura, la sfortuna. Il primo titolo, Luck, è affidato Barton; il secondo, Unluck, è previsto a giugno con la coreografia che Hofesh Shechter creerà durante la sua residenza in Orsolina. L’opera completa debutterà in prima mondiale il 26 giugno 2026 al Theaterhaus Stuttgart.
Quello a cui abbiamo assistito non è stato solo uno spettacolo ma uno scorcio autentico del lavoro in divenire, un accesso raro a ciò che normalmente resta nascosto: il tempo, i tentativi, le revisioni, le incertezze. «È importante, credo, condividere anche questo — spiega Barton all’inizio della performance -, non solo il risultato finale, ma tutto ciò che lo rende possibile. I danzatori saranno in scena mentre il pezzo continua a trasformarsi. Hanno attraversato un processo intenso, fatto di cambiamenti continui, con grande pazienza e dedizione».
Tra una sequenza di danza e un’altra, interrotta per una correzione o uno sviluppo ulteriore, Barton ci spiega – anche durante un momento di condivisione e di domande -, il processo creativo intorno alla sua visione del tema. E chiarisce subito: «Per quanto riguarda la struttura finale del pezzo, non ho ancora una risposta. È ancora in evoluzione. Tornerò a giugno, e sarà allora che gli elementi teatrali inizieranno a trovare una forma insieme a quelli di Hofesh. Avremo dieci giorni in scena, e molto nascerà proprio lì».
Intanto ci introduce alle fasi che hanno accompagnato il progetto. «Nasce da un gesto semplice ma profondo: raccogliere immagini, materiali, musiche capaci di evocare il futuro… e poi lasciarle andare. Un atto di ascolto e di apertura, più che di controllo. Prima ancora di arrivare a Stoccarda (sede della Gauthier Dance, ndr), ho sentito il bisogno di entrare in contatto con i danzatori: ho scritto loro una mail chiedendo cosa significhi, per ciascuno, la fortuna nel proprio corpo. Le risposte sono state sorprendenti, intime, bellissime. È stato in quel momento che qualcosa è cambiato: ho lasciato da parte il mio ego, le mie idee predefinite, e ho iniziato a rispondere davvero a ciò che i danzatori offrivano. Il lavoro è diventato un dialogo vivo. Lavorare con me, però, non è sempre semplice: sono intensa, a tratti folle, ossessiva, in continuo cambiamento. Trasformo, smonto e ricompongo il lavoro senza sosta. Ma è proprio in questo movimento instabile che prende forma il processo creativo».
«Un tempo, il mio spirito era più ribelle: non sopportavo che mi dicessero cosa fare. Oggi, invece, apprezzo avere una struttura, una cornice entro cui poter essere libera. La libertà, ho scoperto, può esistere anche dentro una regola — soprattutto quando c’è fiducia. Lavorare con direttori di compagnie che si fidano completamente, che lasciano spazio senza voler controllare, è ciò che dà energia. Nei luoghi dove invece prevale il controllo, e le aspettative soffocano il processo, non desidero più tornare. Perché è proprio lì che diventa facile fallire. Qui, invece, a Orsolina, il clima è diverso: c’è fiducia, entusiasmo, libertà. Non ho bisogno di filtri. Posso essere pienamente me stessa».
«Quando invece lavoro con la mia compagnia, l’Aszure Barton & Artists, tutto assume un’altra dimensione. È una comunità costruita negli ultimi vent’anni, fatta di incontri, relazioni, ritorni. Molti dei miei danzatori hanno oggi quarant’anni: abbiamo condiviso tempo, esperienze, crescita. Con loro posso scavare in profondità, fare ricerca senza fretta. È come avere una casa, una radice. Questa ricerca poi diventa qualcosa che porto nel mondo, quando lavoro con altre compagnie. È un equilibrio necessario: amo lavorare fuori, imparare da altri contesti, ma ho bisogno di quel luogo originario a cui tornare. La mia compagnia è questo: un centro di ricerca, un flusso continuo. Con loro possiamo impiegare anni per creare un lavoro. In altri contesti, invece, il tempo è più breve, più intenso. Sono due modalità diverse, entrambe necessarie. Anche le relazioni artistiche si muovono così: alcune persone entrano, escono, ritornano. Quando incontro qualcuno con cui nasce una connessione autentica, cerco di coltivarla nel tempo. È qualcosa di prezioso, che spero continui anche in futuro».
Quando infine le si chiede cos’è per lei la fortuna, Barton risponde: «Per me non è una virtù, né un dono. Non è qualcosa che si merita. È piuttosto una sensazione: quella di essere vivi. Qualcosa di semplice e misterioso allo stesso tempo, come un bambino che inciampa, che sbaglia, e proprio in quell’errore trova qualcosa che cade dal cielo — inatteso, gratuito, pieno di grazia. Per me, la probabilità stessa di essere vivi è già una forma di fortuna. E forse è proprio questa la vera fortuna: avere uno spazio in cui creare, insieme».
La prova aperta di Luck è stata anche l’occasione per presentare il programma della stagione 2026 di Orsolina28 Art Foundation che quest’anno festeggia il decimo anniversario dalla sua nascita. Un calendario di 25 eventi, frutto di un’attenta selezione da parte della Direttrice artistica Simony Monteiro, con una programmazione che spazia dalla danza contemporanea alla musica jazz, con proposte che si focalizzano su innovazione e talento. Come filo conduttore la Fondazione sceglie di tornare alle origini: in un mondo sempre più frammentato, dominato da conflitti, dall’avvento di nuove tecnologie e dalla minaccia del riscaldamento globale, la stagione di Orsolina28 porta l’attenzione su ciò che ci rende umani.
Il programma completo e dettagliato è consultabile qui. Gli spettacoli sono aperti al pubblico gratuitamente, con la possibilità di offrire un contributo volontario, in linea con i valori di inclusione e accessibilità della Fondazione.
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