Romeo e Giulietta, Balletto del Sud
Dimenticate Verona, con le sue architetture dai tipici merli a due punte, i nobilissimi Capuleti e Montecchi, e Paride, il pretendente di Giulietta. Dimenticate, soprattutto, l’iconica scena del balcone e quell’aurea nobiliare e cortese vista in molte delle trasposizioni in balletto della celebre tragedia. Nella bella versione del coreografo Fredy Franzutti, ispirata direttamente dal prototesto del 1400 del novellista Masuccio il Salernitano (il primo scrittore a raccontare la storia degli sfortunati amanti, e alla quale si sono ispirati Luigi da Porto, e da questa Shakespeare, rendendola immortale), il loro incontro segreto avviene nel cortile della casa paterna attorno a un pozzo, in un gioco a nascondino che subito si trasforma in una carica d’amore impulsiva e gioiosa, come può essere quella che scocca tra due adolescenti. Franzutti crea un lirico, appassionato, veloce pas de deux, che sembra sempre rimandare il commiato finale, tale è la scoperta dell’amore tra i due giovani che presi da un’eccitazione impetuosa non vogliono più separarsi.
Romeo e Giulietta, la tragedia di Shakespeare che tutti conosciamo, tra le più rappresentate sia nel balletto classico sia nel linguaggio contemporaneo, ha così tanti punti di infiammabilità emotiva, a partire dal momento in cui gli occhi degli amanti si incontrano per la prima volta, che solo la magia teatrale sa creare. La ritroviamo tutta nell’allestimento del Balletto del Sud, spettacolo di una qualità così brillante che non conosce il passare del tempo.
Creato, infatti, nel 1998, da Franzutti, fedele al dramma storico in costume, conserva il fascino e la freschezza di un grand ballett d’action qual è, con l’originalità dell’ambientazione trasportata nei tempi e i luoghi del Salernitano: l’Italia violenta e retrograda degli Aragonesi (qui le due famiglie in odio sono due piccoli eserciti banditeschi) con la conseguente ricostruzione minuziosa delle atmosfere dell’epoca.
Le scenografie (firmate da Francesco Palma) si rifanno alle pitture di Giotto, Cimabue e Piero della Francesca, con tele dipinte che calano e risalgono sul palcoscenico definendo luoghi, ambienti e situazioni, creando un mondo bidimensionale e l’esplorazione delle prospettive. I costumi, sontuosi e raffinati, che conferiscono grandiosità e vividezza ai personaggi – vedi la scena del ballo con un mare di vesti fluenti in broccato operato rosso, uno spettacolo di potere e opulenza -, sono ricostruttivi delle fogge e dei colori pittorici del pre-rinascimento, quell’età umanista, arcaica e antropocentrista che si respira in tutto il balletto.
Nelle mani del coreografo salentino la vitalità e la pura densità del lavoro scenico, come le sequenze di danza, regalano scene mozzafiato, in un inebriante mistura di naturalismo appassionato e classicismo svettante. Il ritmo della narrazione è inevitabilmente scandito dalla partitura urgente di Prokofiev, musica cui risponde la coreografia, anch’essa incalzante, eseguita con cura e dettaglio – nelle scene di massa come in quelle più circoscritte e intime -, dagli ottimi danzatori dell’ensemble leccese: una moltitudine da grande corpo di ballo.
Spiccano, naturalmente, gli interpreti principali: la Giulietta di Alice Leoncini e il Romeo di Orión Picó Plaja, coppia perfetta per intensità e freschezza, che dal primo ardente incontro fino alla tomba della scena finale, mantengono quella crescente tensione amorosa che li rende credibili interpreti. E poi l’audace Mercuzio dall’atteggiamento giocoso di Robert Chacon, l’aitante Tebaldo di Marco Nestola, il guizzante Benvolio di Ovidiu Chitanu, la simpatica Balia di Aurora Marino. Grande successo, e teatro sold out, al Teatro Comunale di Piacenza.
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