Il pipistrello © Yasuko Kageyama, Teatro dell'Opera di Roma
Il brillante, scatenato, irresistibile balletto Il Pipistrello di Roland Petit, ispirato alla celebre operetta di Johann Strauss jr, ha entusiasmato il pubblico del Teatro dell’Opera di Roma nel periodo natalizio e di inizio anno, divertito e ammaliato dai valzer viennesi e dalle malizie parigine del balletto. Simbolo dell’Austria felice, borghese ma tentata da evasioni sentimentali, racconto piacevole e gradevole, ornato dai gioielli di una fantasia scatenata, questa piccola storia è stata tradotta in balletto da Petit nel 1979 a Montecarlo, e dedicata alla moglie Zizi Jeanmarie che ne diede una squisita interpretazione tornando, dopo tante esperienze nel music-hall, alle sue radici classiche e alle punte.
La storia vede una bella signora, Bella, madre di tanti bambini, non in buoni rapporti col marito Johann, annoiato dalle banalità della vita quotidiana e indifferente alle sue attenzioni. L’uomo ha un segreto: di notte diventa un libertino trasformandosi in pipistrello volando via per immergersi nei piaceri dei caffè e tabarin. In soccorso della moglie afflitta e tradita interviene allora l’amico di famiglia Ulrich il quale invita la signora – della quale è anche invaghito e corteggiatore – a rispondere al marito con le armi della seduzione. Diventerà così una vamp e, sfruttando l’occasione di un ballo mascherato, non riconosciuta farà perdere la testa a Johann.
Il piano, gestito dall’onnipresente Ulrich, riesce benissimo. Il povero Johann è travolto dalla passione per la misteriosa e affascinante donna che cerca di sedurre non riuscendoci, e da lei duramente respinto. Seguono molte complicazioni e Johann finisce in prigione. Viene salvato da Bella e torna a casa trasformato in un marito remissivo, con lei che gli taglia le ali con delle semplici forbici e gli regala delle pantofole per un futuro di felicità domestica. Rimane un dubbio: l’ultima immagine domestica viene travolta da un valzer scatenato, lei è di nuovo una vamp, lui un viveur. Ma sono ancora insieme.
Petit ha trasferito la vecchia storia viennese nella Parigi belle époque, luogo di piaceri proibiti per l’operetta tradizionale (basti pensare alla Vedova allegra). Il suo è un sogno di un valzer allo champagne, un po’ festoso, un po’ crudele; ed è anche un omaggio alla moglie e alla madre. Un po’ autobiografico, se vogliamo, eppure valido per tutte le stagioni.
La danza è brillante; non un momento di noia! La struttura è tradizionale, lo stile è classico, con un bellissimo passo a due e un regolare divertissement (Czardas, Che Maxim’s, mascherata, gran valzer, terzetto dei camerieri scatenati). Il coreografo lavora sul ritmo e sulla musica, tutto è veloce, senza pause, le difficoltà e i passi di bravura abbondano. È un balletto (ripreso da Luigi Bonino) di grande impegno, fatto di forza ed eleganza, con cornice le scene lineari di Jean-Michel Wilmotte, e i costumi di Luisa Spinatelli.
Brilla il terzetto di interpreti: Michele Satriano, il marito, capace di virtuosismi alati e morbidi, espressivo nel ruolo dei viveur; la moglie Rebecca Bianchi, di effervescente grazia, è affascinante, ironica e seducente, dal fisico ben piegato alle malizie della parte. Alessio Rezza è l’amico, tutto pepe e nevrosi, dall’estro birbante, amabile e spiritoso, deus ex machina della storia.
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